ALMANACCO PER IL POPOLO SICILIANO

Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno, Roma, 1924

 

 

 "E vengono in mente i villani di Francesco Lanza, che con amara allegria ne descrive i caratteri, ma inquadrandoli sempre in un mondo in cui l’unica cosa certa – per il contadino – è il sudore della fronte" (Matteo Collura)

 

 

AVVERTENZA

 

Questo Almanacco vuol essere libro d'ogni giorno del nostro con­tadino; e perciò tanta parte vi è data alla fantasia, e naturalmente alla folkloristica.

Le ragioni pedagogiche sono ovvie: per arrivare all'anima di quel singolare lettore che è il contadino, s'è cercato sempre di interessare e di avvincere la sua attenzione.

II contadino siciliano si affeziona soltanto alle cose che parlano alla sua fantasia; e ne fan fede i suoi motti, le sue leggende, i suoi canti, la sua vita cotidiana. Bisogna insomma che ogni cosa, anche la più trita e continua, assuma ai suoi occhi un immediato valore poetico. La vanga gli fiorisce in mano come il tronco di palma a San Cristoforo.

Il libro, s'intende, non è definitivo. Poiché il tempo stringeva, mol­to s'è dovuto tralasciare, specialmente per ciò che riguarda le notizie utili, igieniche e le storie di Cavalleria. A ciò si riparerà nelle future edizioni; e fin da ora si accettano e si sollecitano consigli e suggerimen­ti. Molto anche v'è da limare e da rifare.

Al lettore scaltro appariranno subito le fonti: Esiodo, Virgilio, Ovidio, Fazello, Pitrè, Meli, l'Enciclopedia Agraria del Cantoni, e per le notizie geografiche la bellissima guida del Touring Club Italiano.

Molto ci giovarono nell'opera amici e contadini: e qua si ringra­ziano.

 

 

ANNO NUOVO

 

Non t'aspettare dal nuovo anno grandi cose. Sarà del tutto eguale agli altri anni passati: tu bagnerai del tuo sudore la terra e ne avrai pane.

Le stelle e i pianeti seguono nel cielo sempre la medesima via.

Non bisogna chiedere all'avvenire grazie impossibili. Soltanto è beato chi è puro di cuore, e chi è contento del suo stato è ricco. Il primo dovere dell'uomo è di migliorare la propria anima. Si dice che tutti i giorni si rassomigliano l'un l'altro, per significare che sempre la vita è lavoro; ed anche che il martedì non è lunedì, per significare che ogni opera ha la sua vicenda.

Anno nuovo, vita nuova. Se fosti pazzo, hai da essere savio; se il tuo cuore fu macchiato di ruggine, ora sia terso. Il vomere non si lascia nel fango.

Il buon giorno si vede dal mattino, e il buon lavoratore dalle sue mani. È il sudore che fa la fronte dell'uomo onorata. Non lamentarti della tua sorte, e che non muti. Beato è chi vive del suo lavoro, e non desidera di fare il passo più lungo della gamba.

Prendi dal passato insegnamento per l'avvenire: correggiti, ove mancasti; riguadagna ciò che perdesti.

Pensa sempre per il domani, che esso te lo ricambia.

Fa' in modo d'essere a sera contento della tua giornata: il tuo anno è tutto nelle tue opere.

 

 

IL VERNO

 

II verno fa più dura la vita del contadino. All'acqua e al vento egli deve dare opera e senno alla terra. Per mietere a giugno bisogna suda­re a gennaio.

Compiute le semine e la raccolta delle ulive, continuano i bisogni della campagna. Si colgono gli agrumi, ultimo e primo vanto dell'anno, e gli alberi e la vigna voglion cure e amore. Bisogna pensare ai vivai, al­le piantagioni e agli innesti.

La maggior parte del tempo gli animali restano nella stalla, e assai costa il loro governo e il mangime. È il tempo che le femmine figliano, e nelle masserie si accagliano in gran copia caci e ricotte. Si cura intan­to lo stallatico, di cui la terra s'ingrassa e prospera. Appaiono gli uccel­li di passo. Senti tra le canne dei fiumi squittinir le gallinelle d'acqua e tra gli olivi fischiare il tordo; la beccaccia ti vola di tra i piedi nei giorni di nebbia, e le gru s'allungano nel cielo fosco.

Il cattivo tempo non ha fine, e il pane sa più amaro.

Ma non disperare: la terra fiorirà del tuo sudore.

 

 

 

 

 

GENNAIO

 

Gennaio ha da essere secco se dicembre fu ricco di pioggie. Nell'u­mida zolla il seme già mise le barbe, e fuori germoglia. Verzica il primo grano, e la fava s'infoglia.

È il mese delle nebbie e delle nevi. Le montagne intorno hanno il cappuccio e a un raggio di sole brillano rosee.

Dura è la vanga; che il freddo fa cascare le mani dal manico; ma bi­sogna dar la prima zappa alle fave. Si pota la vigna, e intanto si tagliano e s'appuntano i pali. L'ultimo olio geme dai torchi, e il Calabrese affila l'accetta per la rimonda. Si preparano i vivai e si trapiantano gli arbo­scelli. Il villano accorto già appronta la pece per gli innesti, e le barba­telle per la nuova vigna.

In casa si racconciano gli strumenti e si ripongono i vomeri; e nelle giornate d'acqua o di gran freddo dolce è starsene coi piedi al fuoco narrando storie del tempo passato o facendo pronostici per l'avvenire.

Il buon gennaio fa ricco il massaio.

(Gennaio potatore, disegno inedito di Santi D’Amico, concittadino e amico di Francesco Lanza, ispirato dalle presenti pagine dell’Almanacco)

 

 

DAL VANGELO

 

  1. Le beatitudini

 

Gesù, vedendo la folla, salì sulla Montagna; e, postosi a sedere, co­sì cominciò a parlare:

- Beati i poveri, perché di loro è il regno dei cicli.

- Beati i mansueti, perché possederanno la terra.

- Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.

- Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

- Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

- Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

- Beati gli amanti della pace, perché saranno chiamati figliuoli di Dio.

- Beati i perseguitati per amor della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.

 

 

  1. La preghiera

 

Disse ancora Gesù:

- E quando pregate, non siate come gli ipocriti, i quali amano pre­gare a gran voce e agli angoli delle piazze per essere notati dagli uomi­ni. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, serrane l'uscio, e prega il Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

E quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani, che si figurano di essere esauditi per la quantità e il rumore delle loro paro­le. Non li imitate dunque; perché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate. Voi dunque pregate così:

- Padre nostro che sei nei cicli, sia santificato il tuo nome;

- venga il tuo Regno; sia fatta la tua volontà come in ciclo, così in terra.

- Dacci oggi il nostro pane cotidiano;

- rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri de­bitori;

- non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male; e così sia.

 

 

IL LIBRO

 

Ama il libro; che t'insegna a leggere e parla al tuo cuore. Se sai leg­gere, hai quattro occhi; eri orbo, e hai la vista.

Il libro ti fa bella compagnia: è un uomo vivo, è una donna viva; è come un fratello tuo che ha visto il mondo e ti narra le sue cose e la sua ventura.

Tienlo caro: un libro non si legge una sola volta, ma si ripiglia; e quando l'hai letto tu, lo leggono i tuoi figli.

Non fermarti soltanto alla forma esteriore; ma guarda bene a ciò che è scritto dentro, a ciò che è scritto per la tua anima.

Il libro è l'amico dell'anima.

 

 

LA SICILIA

 

La Sicilia è un'isola a forma di triangolo scaleno, circondata da tre mari: il Tirreno, lo Ionio, l'Africano.

Le punte del triangolo fanno tre promontori: quello a levante è detto Peloro, quello a mezzodì Pachino, quello ad occidente Lilibeo.

La Sicilia è figlia del fuoco e dell'acqua. È divisa dall'Italia dallo stretto di Messina.

La Sicilia è una parte dell'Italia.

In Italia tu sei siciliano e devi esserlo, perché così vogliono i tuoi costumi, il tuo dialetto, e i tuoi obblighi alla terra ove prima vedesti il sole e le stelle.

Anche tu devi contribuire al miglioramento della Sicilia: essa ha bi­sogno dell'opera di tutti i suoi figli. Non essere tu solo un figliuolo in­grato.

Ma fuori dell'Italia tu non sei altro che italiano.

Ricordatelo: la tua patria è l'Italia.

Tu sei siciliano perché italiano.

 

 

ARISTEO

 

I nostri primi antichissimi padri, ch'eran semplici e rozzi, non sa­pevano trarre profitto di nulla, e vivevano alla ventura, cibandosi come potevano. Essi non pensavano neppure quanta ricchezza c'era nelle campagne e nei boschi per cui vagavano, sempre in lotta con le bestie feroci.

Non conoscevano l'agricoltura e la pastorizia, e così le altre arti e i commerci, e lasciavano ogni cosa allo stato selvaggio.

Ma allora gli dei mandarono nella nostra isola un uomo chiamato Aristeo, il quale aveva viaggiato da per tutto e conosceva le usanze d'o­gni popolo, ed era inspirato dalle forze celesti.

Egli aveva in un sacchetto alcuni chicchi di grano, e insegnò ai no­stri padri il loro uso e la maniera di farli fruttare.

Insegnò come si pianta l'ulivo e s'innesta, e come quindi se ne trae il dolce olio di cui si condiscono i cibi e le lampade brillano; come si spreme il vino dai grappoli, e il miele dalle bresche; e tutte le maniere di coltivare la terra e di far rendere gli alberi.

I nostri padri misero in pratica i suoi insegnamenti: conobbero il pane ch'è il cibo dell'uomo e lodarono Iddio; e presto diventarono maestri in ogni arte, avanzando tutti gli altri popoli, sia nell'agricoltura che nella pastorizia.

Dai pochi chicchi lasciati loro da Aristeo, essi ne ottennero tanti in pochi anni da riempire tutta l'isola e da mandarne altrove in abbon­danza, sicché la Sicilia fu detta il granaio d'Italia.

 

 

I MOTTI

 

Anno di neve, anno di bene.

Pota a gennaio, zappa a febbraio.

Gennaio fa gli agnelli, e febbraio le pelli.

Chiaranzana d'inverno, diavolo d'inferno.

Pianta a suo tempo e non sarai mai scontento.

La montagna fa il bestiame.

La vigna dura quanto vuole il padrone.

Zappa di gennaio empie il granaio.

La presenza è potenza.

 

 

L’AMORE DELLA MADRE

 

L'amore della madre è più d'ogni cosa.

Che non farebbe tua madre per te?

Il fuoco stesso non la brucerebbe.

Ti nudrì del suo sangue, ti fece della sua carne.

Quando tu uscisti dal suo ventre dandole atroce dolore, ella ti dis­se, sentendoti vagire: - figlio mio, t'ho fatto male?

 

 
LA LUNA

 

 

Luna Piena (L. P.) Primo Quarto (P. Q.) Luna Nuova (L. N.)  Ultimo Quarto (U. Q.)

 

La luna serve al contadino per conoscere il tempo: quando fa la lu­na fa il tempo.

Al primo quarto o a quintadecima cade la mutazione. La luna col cerchio in testa dice acqua; se il cerchio è più grande due volte, acqua evento alla grossa. Cerchio rosso, vento mosso.

Si dice anche: luna pendente, acqua niente; luna barcalora, l'acqua è già fôra.

 

 

GLAUCO

 

Glauco era un pescatore di Messina.

Quand'egli buttava a mare le reti, le ritraeva tosto piene di pesca miracolosa. Le sirene erano innamorate di lui ch'era bello come un Dio, e correvano a frotta alla riva per vederlo e ammaliarlo coi loro canti. Ma egli amava la bianca Scilla.

Ora un giorno, tratta una rete, egli la versò, come era solito fare, sul prato; ma appena i pesci toccarono l'erba guizzarono via e con un salto si rituffarono in mare. Trattane un'altra, gli avvenne la stessa cosa di prima. Meravigliato, volle provare che virtù avesse quell'erba, e se ne portò un ciuffo alla bocca. Ma ne aveva appena sentito il sapore che tutto gelò, e subito trasformato in pesce si tuffò anche lui in mare. E così cadde nel dominio delle sirene.

 

 

GIOVANNI VERGA

 

Sappiate, o contadini, che una volta visse in questa nostra benedet­ta terra un uomo chiamato Giovanni Verga. Fino a poco tempo fa, chi andava a Catania poteva vederlo seduto dinanzi al casino dei nobili, una gamba a cavallo dell'altra, gli occhi lucenti come un innamorato, i capelli tutti bianchi: aveva ottant'anni.

Da fanciullo, per fuggire il colera che faceva strage, si riparò a Vizzini, patria dei suoi antichi; e là conobbe la campagna, opera bella del Signore, e l'amò. Fu compagno di Jeli il pastore, di cui più tardi si ri­cordò e ne scrisse la pietosa storia; gli insegnarono quelli della Cavalle­ria Rusticana, cumpà Turiddu Macca, comare Lola la bella, compare Alfio il carrettiere; e seppe che c'era anche stato un uomo con le mani mangiate dalla calcina, che a furia di lavorare come un asino senza mai risparmiarsi, all'acqua e al sole, s'era fatta tanta roba da non saperla più nemmeno lui, e aveva avuto nome mastro don Gesualdo.

Queste cose gli restarono impresse nella memoria; e tante altre che vedeva passando per la piana di Catania, dove la malaria ammazza me­glio delle schioppettate, e il pane è duro a guadagnarsi, e la morte quando viene è più dolce della vita senza speranza e conforto.

Fattosi grande, se ne andò fuorivia dove la vita è tutta voluttà e va­nità, dove solo chi ha denari è ricco, dove le donne tentano il cuore de­gli uomini, e altra fatica non hanno che perdere il tempo. Di esse egli scrisse in suoi romanzi acquistandosi grande fama fra la gente vana.

Ma a lungo andare il cuore gli doleva di quella vita senz'altro scopo se non l'ansia dello svago. Si ricordò che altrove si penava duramente per un pezzo di pane, col solo piacere di buttarsi a dormire la notte sulla nuda terra, come i cani; e le donne sono anche esse bestie da fati­ca, mangiate vive dai pensieri della casa e dei figli.

Gli tornarono alla mente Jeli il pastore, mastro don Gesualdo, la campagna di Vizzini, la piana di Catania, il biviere di Lentini carico di malaria, e tutte le creature penanti che gli erano passate sott'occhio, bambino.

Lasciò la città, lasciò i vani piaceri, e tornò nella nostra terra; e qui si convinse sempre più che solo nella vita dei poveri e dei disgraziati è davvero la voce del Signore; che il dolore degli umili merita più rispet­to e amore, che non tutte le gioie dei grandi e dei felici.

Trovandosi in un paesello sul mare vicino Catania - ad Aci Trezza - finalmente s'accorse di quante lacrime è fatto il pane della povera gente, di quanto sudore, di quanto sangue gettato alla cattiva fortuna.

D'allora in poi il suo cuore fu tutto dedicato agli umili, e come pri­ma aveva fatto per le farfalle delle città, di essi scrisse i dolori e gli af­fanni; le poche gioie e le lacrime amare.

Di quel paesello sul mare narrò tutte le vicende; e le sciagure d'una famiglia di pescatori, coi suoi morti, i suoi vivi, e quelli buttati alla ven­tura; e ne fece un libro bello e santo, intitolato I Malavoglia.

Tant'altre furono le sue storie, e in ognuna di esse c'è sempre un pezzo del cuore del nostro contadino; di quelli che sudano e penano per campare la vita, e scompaiono senza aver mai vinto la sorte nemica.

Per questo egli è grande, e per questo è necessario che voi, o conta­dini, ricordiate il suo nome.

 

 

SUPERFICIE E POPOLAZIONE DELLA SICILIA

 

La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo, e la più impor­tante.

Essa ha una superficie di 25.740 chilometri quadrati e una popola­zione di circa 4 milioni di abitanti, con una media di 142 per chilome­tro quadrato.

La popolazione è più densa lungo la costa, ove sono grandi città e paesi fiorenti di industrie e commerci; meno negli altipiani infestati dalla malaria. Assai popoloso è l'interno, ove sulle alture e sui dorsi dei monti sorgono importanti centri agricoli.

Circa la metà della popolazione è dedita all'agricoltura, principale sorgente di ricchezza di tutta l'isola; l'altra metà si dedica con varie proporzioni all'estrazione dello zolfo, alla pesca e alle industrie di cui ora si comincia a notare un relativo sviluppo.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

 

Assideramento e congelamento

 

L'azione intensa del freddo su tutto il corpo può dar luogo a conge­lamento o ad assideramento. Ne vanno soggetti gli individui costretti a star lungamente immobili in ambienti freddi; i viandanti colti da tem­peste di neve, quelli che dormono all'aperto o in locali male riparati, durante l'inverno.

Le parti congelate sono generalmente le estremità e gli arti scoperti (mani, piedi, naso, orecchie). Esse diventano fredde, livide e la pelle intorno assume un calore cadaverico. In casi gravi esse possono cadere per cancrena.

Più grave è l'assideramento, e se presto non si interviene con ac­conci rimedi può anche avvenire la morte. Il paziente ha le estremità li­vide e fredde, e la respirazione e i battiti del cuore poco sensibili. Biso­gna perciò cercare di richiamare subito in vita l'assiderato.

Lo si trasporti in locale non caldo, e denudatelo lo si strofini con neve e panni bagnati.

Non appena la circolazione del sangue accenni a ricominciare, si strofinino le membra con panni asciutti e poi caldi. Il passaggio dal freddo al caldo dev'essere graduale. Non appena il paziente rinviene, lo si rianimi con bevande calde ed eccitanti (rhum, cognac).

In caso di congelamento si osservino le stesse norme, dopo si co­prano le parti con panni spalmati d'olio e d'unguento (per esempio d'alloro).

 

Disinfezioni

 

Non usare vestimenti che furono d'ammalati contagiosi. Brucia quelli usati già da tisici. Non abitare ambienti malsani o infettati. Dove sai che ci furono dei morbi disinfetta in abbondanza: così salverai la tua salute e quella dei tuoi cari.

Disinfezioni facili e sicure per gli abiti e gli oggetti d'uso sono la bol­litura per un quarto d'ora, l'immersione nel sublimato all'1 per cento, o in una soluzione di sapone verde con cinque grammi di acido fenico.

Per disinfettare stanze, stalle, cantine, luoghi infetti, oltre ai lavaggi con sublimato, creolina, acido fenico, si può usare latte di calce, avendo cura di non spruzzarsene gli occhi.

Altri disinfettanti sono il sole, la battitura, i fumi di zolfo, di legno, le polverizzazioni di acido fenico.

 

FEBBRAIO

 

 

 

Febbraietto corto e freddo in ogni luogo ci mise la febbre. Tutta la terra ha un nascosto bollore. Sale alle cime la linfa, e le gemme già s'ingrossano e friggono.

Continuano le piantagioni e la pota, e si fa la zappa alla vigna, che poscia bisogna impalare. L'accetta lavora di pieno per togliere il vecchio e il superfluo, e aiutare il nuovo.

Bisogna guardar bene agli ulivi, che la mano sia dell'arte! La cattiva accetta rovina l’albero.

E l'epoca giusta per gli innesti: la pianta in succhio piglia come un'innamorata.

Dissodata la terra si piantano le barbatelle, e si acconciano sotterra i fasci di maglioli da porre in aprile. Si concimano gli alberelli e si raggiustano le conche e i barbacani.

I seminati voglion pioggerelle a inzuppa-villano, e nelle giornate di bello vi si passa la zappa.

E il mese degli indovinelli e della scanna. Il belar degli agnelli e dei rèdi empie la campagna, che già mandorli e peschi cominciano a infiorare; e dalle masserie fuma l’odor delle ricotte.

Si ammazza il maiale, e si fan giorni di allegria. Carnevale passa con risa e divertimenti.

Il verno prima d'andarsene intirizzisce marine e montagne; ma non hai tempo di volgerti indietro, che marzo ti passa avanti.

 

 

I VECCHI

 

Ascolta i più vecchi di te: i loro racconti e motti, le massime e i buoni insegnamenti. Essi hanno più vita di te e sanno ciò che tu non sai. L’udirono dai padri loro, e i padri dai padri, perché la vera sapienza si tramanda da padre in figlio, ed è ciò che resta in questa vita.

Da loro tu apprenderai la prudenza e la virtù, e l'amore di Dio e del prossimo.

La tua stessa arte è opera loro. Chi ti ha appreso a maneggiare la vanga? Chi ti ha insegnato che il pane è pane, e il vino vino? Guardali con rispetto: ciò che tu fai ad essi gli altri dopo lo faranno a te.

Sentili sempre con attenzione, se vuoi tramandare qualcosa ai figli dei tuoi figli. Si disse sempre: - Il motto dell’antico mai non falla.

 

I NOMI DELLA SICILIA

 

Antica è la Sicilia: le sue origini si perdono nel fondo dei tempi. Sorta dalle acque per volere degli Dei, essa fu patria di eroi, di ninfe e sirene, e di esseri favolosi.

I suoi primi abitatori furono i Ciclopi, per cui fu chiamata isola dei Ciclopi. Essendo superba dell’Etna, la più alta delle sue montagne e uno dei più grandi vulcani del mondo, fu detta Etnea o isola del fuoco. Quindi Trinacria, cioè terra dalle tre punte, poi Sicania dal nome dei Sicani che primamente la coltivarono, e Sicilia dal nome dei Siculi che infine vi si stabilirono.

E oggi, per la bellezza del suo suolo e la salubrità del suo clima, c’è chi la chiama isola del sole.

 

DAL VANGELO

1.      Il vero amore

Disse Gesù:

- Voi avete udito che fu detto: - ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico; ma io vi dico: - amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli, poiché Egli fa levare il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Perché se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i pubblicani fanno lo stesso. E se fate accoglienza soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste.

 

2. La buona elemosina

- Guardatevi dal fare le opere buone al cospetto degli uomini per essere da loro osservati; altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli.

 

IL VINO

 

Non amare il vino più dell'acqua.

Il vino è nemico che agisce a tradimento.

Un bicchiere di più, ti fa d’uomo bestia.

L’operaio beone non arricchirà.

Chi lavora, come Dio comanda, non ha tempo di andare alla bettola.

Dell’uomo ubriaco nessuno ha rispetto: egli fa ridere come una scimmia.

Noè fu deriso dai suoi stessi figlioli.

Sii sobrio, e sarai ricco.

 

 

COLA PESCE

 

Ci fu una volta a Messina un giovane pescatore bello e forte, chiamato Cola. Nessuno meglio di lui sapeva maneggiare il remo, e la sua barca volava sulle onde come un uccello, vincendo al corso gli stessi delfini. Il mare era la sua casa e la sua piazza; vi passava i giorni e le notti, avendo per amici i pesci che gli guizzavano intorno e per compagne le stelle che gli rinfrescavano gli occhi ansiosi e gli insegnavano la via.

A lungo andare questa amicizia del mare gli tolse dal cuore ogni altro affetto, sicché non cercò più né uomo né donna, e dimentico madre e fratelli.

Nelle notti silenziose, piene soltanto delle risa e dei sospiri dei flutti, egli conobbe le ninfe marine dagli occhi come le stelle, e le sirene dal corpo di serpente. I loro canti e i loro vezzi lo incantavano, ma com'egli cercava di afferrarle esse sempre gli sfuggivano, sparendo con un trillo nel mare.

Ammaliato egli ficcava giù gli occhi, e alla vista gli si paravano meravigliosi spettacoli che più lo turbavano e lo attiravano: giardini di corallo, palazzi di cristallo, saloni tutti scintillanti d’oro dove donne bellissime dolcemente danzavano.

Questa febbre continua gli tolse la pace e il sonno, e lo fece diventare più solitario e più triste di prima. Restava lungamente fiso con gli occhi incantati, e non sapeva più dove volgere la sua barca. Sentiva nelle pause delle onde musiche misteriose che salivano dagli abissi del mare, e le sirene affacciandosi lo chiamavano ripetutamente:

- Cola! Cola! perché non vieni a trovarci?

Non potendo più resistere, egli si gettò nell’acqua, e nuotando disperatamente scandagliò tutte le profondità del mare.

Ciò che egli vide nessuno lo seppe mai; ma quando ritornò a galla il suo viso era pallido come quello dei morti e nei suoi occhi c’era il ricordo delle cose spaventevoli e meravigliose viste dove nessuno era mai stato.

Da quel giorno i suoi occhi ebbero un inusitato splendore, e il suo viso una nuova bellezza: ma egli non parlò più e come vedeva da lungi un essere umano via fuggiva con la sua barca, e a un tratto spariva nei flutti.

Per questo lo chiamarono Cola Pesce, e la sua fama si sparse per tutta l'isola.

Ora un giorno capitò a Messina il Re Federico. Aveva con sé la figliola bella come un raggio di sole, e gran seguito di baroni e cavalieri tutti lucenti d’oro e d’argento.

Egli viaggiava la Sicilia per cercare alla sua figliola un marito degno di lei, bello e prode, e bandiva giostre e tornei. Ma nessuno ancora era piaciuto alla superba fanciulla, e molti erano morti per lei in avventure e imprese impossibili.

- Io mi darò - ella diceva - a chi non avrà più niente da negarmi.

Sentito di Cola Pesce, ella volle conoscerlo e per ordine del Re barche e navigli corsero per ogni dove il mare a cercare l'uomo meraviglioso. Finalmente egli fu trovato, e condotto alla presenza della fanciulla.

Guardando il viso bello del pescatore ella ebbe un fremito, e gli occhi di lui a vederla si accesero.

- E vero - chiese la Reginetta con la voce tremante - che tu vivi negli abissi del mare, amando le sirene e cavalcando i tritoni?

Cola sorrise e la fissò senza rispondere.

- Ebbene - chiese ancora la fanciulla - che faresti tu per me?

- Tutto - rispose Cola.

Ella tolse dalle mani del Re la coppa d’oro e la buttò nel mare, e le onde si torsero per lasciarla affondare.

- Se tu me la riporti - disse - ti darò la mia bocca a baciare.

Cola gettò un salto e sparì nei flutti. Un grande silenzio si fece a riva, e tutti attesero frementi. Finalmente le onde si mossero, si gonfiarono e Cola apparì levando alto nel sole la coppa d'oro.

Un clamore lo salutò; ma la fanciulla tutta pallida rise, prendendo la coppa dalle mani del pescatore:

-          Come vuoi, o Cola, ch’io possa amarti?

E Cola sorrise, guardandola fiso negli occhi.

La fanciulla si sganciò dai fianchi la cintura d’oro e di diamanti e la buttò nel mare, e le onde gorgogliarono per lasciarla passare.

- Se tu me la riporti - disse - io mi farò da te abbracciare.

Senza nulla dire, Cola si slanciò e spari. Un lungo fremito corse la folla, e la superba fanciulla sentì tremare il suo cuore. Dopo lunga attesa le onde si agitarono nuovamente e Cola riapparve, tenendo nella mano la preziosa cintura.

Un urlo di gioia lo salutò, e tutti gli occhi si volsero alla superba fanciulla.

Ma ella tutta pallida rise, prendendo la cintura dalle mani del pescatore:

- Come vuoi, o Cola, ch'io possa amarti?

E Cola nulla rispose, guardandola triste negli occhi.

Ella si tolse dal dito il piccolo anello e lo buttò nel mare, e nessuno s'accorse ove mai cadesse.

- Se tu me lo riporti- disse, con negli occhi un meraviglioso splendore - io sarò tua sposa.

Un mormorio minaccioso s’udì dalla folla, e gli stessi baroni gridarono a Cola che non più s’arrischiasse:

- O temerario, non cercare la morte!

Ma Cola s'era già slanciato, e lungamente si videro, dov’egli era sparito, fremere e spumeggiare le onde.

Molto tempo passò e Cola non ritornò più. Invano la folla attese, invano gli occhi della superba fanciulla interrogarono ansiosi il mare e molto ella pianse, perché molto amava il pescatore meraviglioso ch'era perito per lei.

E ancor oggi in fondo allo stretto di Messina, Cola Pesce vaga disperato cercando l'anello della principessa; ma l’anello è troppo piccolo, e troppo grande il mare.

 

GLI AGRUMI

 

Festa della Sicilia sono gli agrumi.

Lungo le coste e nelle piane, ove mite ancora cade il clima, e non ci possono i geli, si stendono a perdita d'occhio i begli alberi dalle foglie fragranti.

A maggio tutte le stelle cadono dal cielo sui verdi rami, ed essi fioriscono di zàgara, di cui liete s'inghirlandano le bianche giovinette il di delle nozze. Un meraviglioso profumo empie l’isola e il mare, e sale forte alla testa.

Ma tutto quel bianco tracangia, e piccoli globi si vanno gonfiando tra i rami. D'un tratto, quando il verno spira i suoi venti e già l’oliva è gonfia d’olio, ecco i bei frutti indorarsi, pieni di succo.

Se ne allietano i primi presepi, e del loro aroma odora ogni casa.

Mandati di là dal mare, essi portano nei freddi paesi ove solo regna la nebbia il dolce sole della nostra Sicilia.

 

INDOVINELLI

 

Il cielo stellato:

C’è un gran canestro di rose e fiori

la notte s’apre, il giorno si chiude.

Il vecchio:

La montagna bianca è1,

la lunga corta è2,

i due vanno coi tre3.

Il gallo:

Non è re ed ha la corona,

non è campiere ed ha gli sproni,

non è sagrestano e suona a mattutino.

La culla:

C’è una barchetta fatta di tela

con vento e senza vento sempre dondola,

la carne che c’è dentro piange e ride,

la carne che c’è fuori canta e suona.

La lettera:

Bianca campagna e nera semenza

e l’uomo che semina sempre pensa.

Lo scrivere:

Cinque gli andanti,

uno il pungente,

le terre bianche

e neri i frumenti.

La melagrana:

Cento nidi, cento uova,

cento paia di lenzuola.

Il campo di spighe:

Non è porco ed ha le setole,

non è mare ed ha le onde,

non è pecora e si tonde.

1. La testa.

2. La vista.

3. I piedi e il bastone.

 

 

GLI ALBERELLI

 

Agli alberelli non far mancare le forbici. Quel tac-tac è tutta vita che gli viene. Lèvagli il superfluo, estirpa il selvaggio, e non ti scordar la zappa. Ognuno vuole cure attente, il verno e la state; e guarda che le bestie non se li bruchino, specialmente le capre che non stanno mai ferme, e fan danno ove passano.

Innèstali a tempo debito, quando la pianta è in succhio; e ogni modo alla sua stagione. Cura la pece che sia fatta come l'arte vuole, e impagliali bene contro i venti e i geli.

Gli innesti son cosa fine e amorosa, e non è da tutti. Se tu sai farli, te beato! che poi i suoi frutti son merito tuo, e in te, mirandoli, senti palpitare la voce del Signore.

 

 

I FRATELLI PII

 

Una notte l”Etna si scosse, e vomitò fuoco e fiamme. Tutta l'isola ne rosseggiò, e il cielo e il mare.

Rapidamente i floridi vigneti e i boschi furono inghiottiti dalla lava. Dove prima era la vita restò solo la morte.

Dalle capanne e dai casolari alle falde del monte gli uomini e le donne fuggivano atterriti, portando sulle spalle le cose più necessarie e preziose. Chi era scappato in furia pensando soltanto alla vita, al vedere la cura degli altri non sapeva se tornare indietro a prendere almeno gli oggetti più cari; ma come si volgeva, il fuoco aveva già tutto distrutto.

Urla, gemiti, pianti e voci confuse erano nella notte fiammeggiante; e dei più tardi, vecchi o fanciulli sperduti, le grida d’aiuto si sperdevano d’un tratto nel crepitìo del fuoco.

Ora, mentre la calca scendeva al mare a cercarvi salvezza, da Catania salivano correndo due giovani, come andassero incontro alla morte; e da chi cercava fermarli si svincolavano a forza, senza nulla rispondere.

In un casolare nella campagna essi avevano i genitori: due vecchierelli che per l'età e i malanni non potevano fuggire.

Arrivarono che già la lava giungeva alla casa. Senza curarsi di nulla, essi si caricarono sulle spalle i due vecchi e fuggirono via. Ma d'un tratto si accorsero con terrore che la lava li inghiottiva, e sbigottiti si fermarono, alzando al cielo gli occhi molli di pianto.

La lava ruggendo li oltrepassò, ma ai loro piedi il terreno restò libero, mentre davanti il gran mare di fuoco continuava la sua via.

Allora, come spinto da una forza divina, il maggiore dei fratelli cominciò a camminare, e la lava a ogni suo passo indietreggiava, facendogli strada.

Ed essi andarono nella notte tra due ali di fuoco che si aprivano e si chiudevano, senza osare neppure di lambir loro i piedi; finché non giunsero in parte ove la lava più non scorreva, e furono salvi. Deposto il pietoso fardello, essi s”inginocchiarono e lacrimando ringraziarono Iddio.

 

 

LE STELLE

 

Quando le stelle sono lucenti e asciutte, e formicolano come se si tenessero in una mano, vuol dire buon tempo.

Quando le stelle sono appannate come se il Signore vi fiatasse di sopra, e sono nel cielo come tra porta e porta nascoste, allora il tempo cangia, e dice acqua.

 

 

LE PROVINCIE DELLA SICILIA

 

Sette sono le provincie della Sicilia; e ognuna ha la sua storia e i suoi vanti: chi lieta di boschi e campagne, chi florida d'industrie, chi superba del mare.

Tutte ricche di grani e di frutti, e le costiere d'agrumi e di pesca.

Famose per zolfi Caltanissetta e Girgenti; per le tonnare Palermo, Trapani e Messina; per vigneti Catania e Siracusa.

 

 

MARZO

 

 

Marzo pazzo spoglia di bianco le montagne e le veste di verde. Mette l’aere in subbuglio, e ti risponde alla rovescia. Tra acqua e sole l’ultimo freddo più ti punge e saetta.

Le gemme sparano e gli innesti s’avventano. Non c’è ramo che non germogli e prato che non s'ammanti. La spadacciola apre rossa la bocca.

La terra è in amore: la primavera scende a corsa dai monti e, come giunge, le giornate s'allungano. Gli uccelli dietro le fan lieto corteggio.

Il grano si leva folto dal cespo, e saluta la terra. È il tempo della prima pulitura: l’occhio alla spina e il piede cammina; si scerpa ogni erba trista, a dare più aria e più campo al pane che cresce. Si rizappan le fave, e s'impala la vigna. Una buona acqua non deve mancare, e quanto più dura meglio figura.

In casa, la massaia empie d’uova il nido alla chioccia, e già pensando s’allieta del futuro pollaio.

 

ILTEMPO

 

Il tempo castiga i matti.

Taglia le ali ai prodighi e lima le unghie ai rabbiosi.

Il cavallo ardente perde la foga, la spiga piega la testa.

Chi folle credeva di cogliere le stelle con la mano, acchiappa soltanto mosche; chi vuole di botto raggiungere la cima della montagna, perde la lena e le gambe gli mancano.

Il tempo è un padrone severo che chiede i conti a tutti, senza pietà per alcuno.

Ti leva i bollori, ti schiuma come una pentola, ma ti fa più prudente e più saggio.

Quanto meno ti fa inebriare del fallace avvenire, tanto più ti fa apprezzare il passato ch'è la scuola dell'uomo.

Ciò che perdi fuori, dentro lo guadagni.

Se sai valertene, il tempo è il migliore maestro.

 

 

DAFNI

 

Il primo poeta della Sicilia si chiamò Dafni. Egli era pastore, e Mentre le sue pecore pascevano, inventava canzoni e sonava sulla zampogna. La sua voce e i suoi suoni erano così dolci che le api si fermavano, e le pecore cessavano di brucare l’erba.

Le ninfe correvano dai boschi e dai fiumi e stavano incantate a sentirlo; e quando egli aveva finito si disputavano i suoi baci.

Divenuto grande e famoso, insegnava agli altri la maniera di fare i versi e cantarli; di tagliare dalle canne gli zufoli, e come dalle pelli si ottengano le melodiose cornamuse.

I suoi insegnamenti si tramandarono da padre in figlio, e tutt'ora non sono perduti, sicché la Sicilia è sempre la patria delle canzoni e dei suoni.

 

 

I FIUMI DELLA SICILIA

 

La Sicilia è scarsa d'acqua. Vi mancano i grandi fiumi che danno ubertà e ricchezza alla terra per cui scorrono, e giovamento alle industrie dell'uomo.

Veri fiumi non possono dirsi i pochi corsi d’acqua che attraversano qua e là l'isola: l’estate toglie loro le furie dell'inverno ed essi si cangiano in rivi gravidi di malaria.

Il fiume più notevole è il Simeto che attraversa la Piana di Catania e sbocca nel mare Jonio. Al Simeto si congiunge la Gornalunga. Il Belice, il Platani e il Salso, che passa per le campagne di Caltanissetta, sboccano nel mare Africano.

Vengono poi il Dittaino che scende dalle valli di Enna e fu caro alla Vergine Proserpina; l’Oreto che sbocca nei pressi di Palermo, l'Amenano alla Plaja di Catania, l’Anapo a Siracusa.

Nel siracusano alcuni corsi d’acqua si perdono d’un tratto in fessure del terreno e rinascono poi in sorgenti costiere o anche sottomarine, di cui le più note sono la Pisma e la Pismotta e la fonte Aretusa che sgorga nel Porto Grande di Siracusa.

 

 

 LE MONTAGNE

 

Di fronte alle montagne che mai è l'uomo? un verme. Dinanzi ad esse si avverte di più la presenza di Dio. Ti senti sperduto, solo fra cielo e terra, e il tuo pensiero vola subito al Creatore, mentre il silenzio intorno si riempie di te, dell’anima tua.

Belle sono le montagne: o popolate di boschi, o nude e scoscese. Sulle loro cime han sede le nubi, stridono i falchi, e le stelle si riposano prima di tramontare. Esse toccano il cielo, e dovunque tu guardi, l’orizzonte è tutto montagne. Di là scende la nebbia che fascia le campagne, là brilla la neve, là il sole nasce e tramonta. Quando tu vi ascendi, ansante e sudato, ti vedi ai piedi la terra infinita, e l’occhio spazia senza confine.

Ricchezza delle montagne sono i boschi. Essi chiamano l'acqua, impediscono le frane, beneficano l'aria e la terra. Contadino, non disboscare le tue montagne: se ti occorre fare dei tagli segui le norme che lo Stato ha dettate sostituendo con piante giovani le piante abbattute: altrimenti ogni albero che tu tagli è un peccato contro il Creatore, e un danno che fai a te stesso. Maggiormente rimboscate, le tue montagne diventeranno più belle e più utili.

 

 

DAL VANGELO

 

Tentazione di Gesù

 

Ricevuto il battesimo da Giovanni Battista, Gesù si ritirò nel deserto. E dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, sentì fame. E il diavolo gli si avvicinò e gli disse:

- Se sei figliuol di Dio, di' che coteste pietre divengan pani.

Ma Gesù rispose:

- Sta scritto: l’uomo non vive soltanto di pane, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Allora il diavolo lo menò seco nella santa città, lo pose sul pinnacolo del tempio, e gli disse:

- Se sei figliuol di Dio, gettati giù; poiché sta scritto: egli darà ordine ai suoi angeli di vegliare su di te, ed essi ti leveranno in alto sulle loro mani, onde non avvenga che tu urti col piede in qualche pietra.

Gesù gli disse:

- Sta anche scritto: Non tentare il Signore Iddio tuo.

Di nuovo il diavolo lo menò seco sopra un monte altissimo, gli mostrò tutti i regni del mondo e il loro splendore, e gli disse:

- Io ti darò tutte queste cose se, prostrandoti qui, tu mi adori.

Allora Gesù gli disse:

- Va’, Satana, poiché sta scritto: adora il Signore Iddio tuo, e a lui solo rendi il suo culto.

Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che degli angeli vennero a lui e si misero a servirlo.

 

 

I MOTTI

 

Figliuoli e bestiuoli non sono senza duoli.

Anno scarico, anno carico.

Vuoi gabbare il tuo vicino? Coricati presto e levati mattino.

Chi ha piedi inciampica.

Chi fa la cosa non la sfà.

L'arte è come il mare: se non dà oggi dà domani.

Non c'è acqua senza nuvolo.

L’attendere è virtù.

«Cui di sceccu fa mulu, 'u primu cauci è sò>›.

 

 

ACQUA

 

Marzo piova piova;

aprile a non finire;

maggio una buona

che si trascini i mulini.

 

 

GARIBALDI

 

All’Italia serva, Iddio mandò un uomo chiamato Garibaldi.

I suoi capelli erano biondi come quelli d’un angiolo; i suoi occhi azzurri come quelli d’una fanciulla; ma nelle sue mani la spada avvampava.

Dov’egli passava fioriva la libertà.

I suoi occhi avevano lampi che accendevano il cuore dei deboli, e nei suoi occhi c’erano le tempeste del mare e il sole di maggio. Umile, dopo le battaglie, egli rideva tra i suoi o andava pensoso, avendo nel cuore l’Italia; e con le sue mani di re, deposta la spada, egli spezzava il saporoso pane dei poveri.

IL VESPRO SICILIANO

 

In un tempo ormai lontano i Francesi dominarono la nostra isola.

Città, paesi e campagne, tutto fu al piacere dello straniero. Governatori rapaci e crudeli furono mandati per ogni dove; e di inaudite durezze, di tasse e balzelli opprimevano i cittadini.

Soldati e sgherri, dov’era il danno aggiungevano la ruina: sbravazzavano minacciosi e superbi, rubavano, ingiuriavano le donne; e chi osava lamentarsi, era morto.

La nobiltà non contava più nulla, e impotente doveva arrossire del passato splendore, la plebe afflitta gemeva sotto la tirannide e l'onta; e prigioni, esilio e supplizi erano la fine dei più insofferenti e generosi.

Ma a lungo andare la misura fu colma: la terra stessa ruggiva di collera, l'aria gridava vendetta.

Un Angelo allora corse l'isola, e con dita di fuoco scriveva nell’aere la fine dei Francesi. Dal più potente barone all’ultimo dei villani, tutti ebbero una sola volontà. Le case, le cantine, i granai furono pieni d'armi; i deboli acquistavano coraggio al pensiero dell'impresa; lo sdegno ruggiva nel cuore di tutti, e le più ardenti erano le donne.

Il terzo dì di Pasqua (31 marzo 1282), molti palermitani erano andati secondo l'uso alla chiesa di Santo Spirito, in un campo fuori la città mezzo miglio. Quivi giuochi e canti; e liete compagnie andavano o sedevano a mensa; così ognuno cercava di dimenticare la triste sorte. Ma sopravvenuti sul cader del giorno numerosi Francesi, i giuochi cessarono e moriron le risa; e come quelli con l’usata superbia si frammischiavano alle compagnie, pungendo gli uomini e molestando le donne, gli animi s’infiammarono e corsero parole di sdegno e minaccie.

- Essi devono essere armati - gridò uno dei francesi, meravigliato dell'insolita fierezza; e tosto i presenti venivan frugati, e chi bastonato o legato.

Si trovava in quella a venire una bellissima donna a braccio dello sposo per la visita al tempio. Un tal Droetto francese, avvicinatosi con la scusa di verificare che non avesse addosso armi, le mise addosso le mani. Gettò un grido la donna e cadde svenuta fra le braccia dello sposo che soffocato di rabbia urlò:

- Oh, muoiano finalmente questi francesi!

Un giovane s'avventò dalla folla, e Droetto cadde ucciso.

Fu il segnale della zuffa, che fu lunga e terribile, ma duecento erano i francesi nella piazza, e tutti duecento vi restarono.

Era l'ora del vespro e le campane suonavano; come la notizia si diffuse, esse cangiarono suono e chiamarono a stormo i cittadini. L'aria avvampò di furore.

Il grido: - morte ai francesi! - empì la città, e tutti si trovarono armati: chi non aveva spade e pugnali, le ebbe tosto dai nemici caduti. Non vi fu un francese che scampasse all’eccidio.

Sparsasi la nuova di paese in paese, da per tutto divampò il massacro, che durò fino al 29 d’aprile. Così fu dalla Sicilia estirpata anche la triste semenza degli stranieri dominatori; ma nell’ira cieca, pure fu risparmiata la virtù.

Guglielmo Porcelletto governatore di Calatafimi, conosciuto da tutti per la sua giustizia e probità, ebbe salva la vita e fu con doni rinviato in Francia.

Queste cose avvenivano quando la Sicilia, non ancora unita alla grande Patria Italiana, non bastava da sola alla sua difesa, e quando costumi più crudeli e grossolani tormentavano il mondo.

Oggi in tempi più moderni la Sicilia fece, senza massacri, i suoi nuovi vespri, quando Garibaldi venne a portarle il suo generoso aiuto perché scuotesse il dominio dei Borboni.

Ormai vespri di una sola regione in Italia non ce ne saranno più perché tutte le regioni italiane sono unite. Vespri di tutta l'Italia contro gli stranieri prepotenti non ce ne saranno mai, finché l'Italia saprà mantenere la sua libertà.

Il mondo migliora; i francesi nemici di quei tempi, ieri ci furono alleati nella guerra. Auguriamoci per il bene nostro e dell'umanità che anche tutti gli altri nemici di ieri rispettino la nostra patria, come noi rispettiamo la loro.

 

E lu Francisi cu la sò putenza

'n Sicilia facia malacrianza:

lu pani nni livava di la menza,

Francisi si vidianu ad ogni stanza.

Iddi fidannu nni la lo’ putenza,

e nui mischini sutta la so’ lanza;

'nt'un,ora fu distrutta dda simenza,

 

 

I SEGNI DEL PASSATO

 

Ancora restano numerose e preziose vestigia dell’antichità della nostra Sicilia.

Qua e là si vedono resti di templi famosi e rovine di città; o scavando si rinvengono medaglie e monete, utensili e vasi, che testimoniano di epoche trapassate.

Essendo in una posizione privilegiata e fertile e ricca, la Sicilia fu sempre meta a tutti i popoli. Cartaginesi, Greci e Romani, pure sfruttandola, vi lasciarono orme del loro splendore e della loro civiltà. Poi Mussulmani e Normanni, pur gravandola di servitù e d'obbrobrio, vi disseminarono tesori e vi crearono meraviglie che ancor oggi sono il nostro vanto.

Talvolta anche tu, scavando, hai sentito risuonare la zappa contro una rozza medaglia o un rustico vaso; e dopo la prima curiosità hai forse venduto per pochi soldi la medaglia e rotto o abbandonato il vaso, che t’era d’ingombro.

Ma, cosi facendo, tu hai perduto o distrutto un segno della nobiltà antica della nostra terra; quella medaglia e quel vaso che per te avevano ben poco valore, ne hanno uno grandissimo per gli scienziati e gli studiosi della storia; i quali con pazienza industre raccolgono in appositi luoghi detti musei i preziosi segni del passato.

Se la fortuna dunque t’aiuta, siine geloso; se trovi, dissodando i tuoi campi, medaglie o monete, vasi o utensili, conservali con cura, e portali quindi al tuo maestro, che penserà ad avvertirne la Sovraintendenza per le antichità e belle arti.

 

 

 

PRIMAVERA

Ecco, o contadino, i tuoi sudori sono fioriti, e verde il tuo lavoro. Mettiti sulla mula e scendi alla campagna: i tuoi sospiri sono ora canti di uccelli. Il maltempo passò. Si dice: fino a maggio m’aiuti Dio, che da maggio in poi m'aiuto io.

I seminati respirano come un grande mare, e ti slargano il cuore. Il Signore ha alzato la mano, e la terra, madre di tutti, prepara i suoi frutti.

Ai pascoli novelli, morbidi come il velluto, escono gli armenti, empiendo l’aria d'allegri muggiti e di belati, e le bestie si buttano all'erba. É il tempo che il sangue entra in caldo, e ogni femmina sente il maschio nel vento.

Si falcia il fieno; e prima d'accatastarlo, con risa e canti, lo si mette largo ad asciugare al sole.

A città e paesi s'aprono le popolose fiere, con un gran viavai da montagne e marine. Se tu fosti a piedi nel verno, or prendi il tuo gruzzolo e compra una bestia per i lavori della lunga stagione. Chi ha pula, ha da avere la mula. Si completano gli armenti dei capi mancanti, e si dan via i superflui.

I rametti in fiore perdono le ali; ogni picciòlo comincia il suo frutto.

Cristo risorto prima di tornare al cielo cammina per le campagne, seguito dagli apostoli, e lascia in ogni dove la sua benedizione.

E il tempo della cova e delle nozze. Alta l’allodola s'empie la gorga di sole, e ubriaca strapiomba nel verde a compire il suo nido. Le coppie alate fervono d'amore, e tra fronda e fronda attrezzano case più industriose di quelle dell'uomo.

Tra odore di zàgara e rose le spose novelle vanno fiere al braccio dell’uomo amato, ed entrando nella casa nuova si sentono ridere in grembo i prossimi figli.

 

 

 

 

APRILE

 

 

Aprile, ti vengo a vedere.

La campagna ch’è tutta in umore è carica come una sposa, e se mastichi l'erba ha sapore di pane.

Finisce il riposo per il contadino, che mai ne ebbe. Si seguono l’uno sull'altro i grandi lavori, fino ad agosto. L’estate per il villano comincia ad aprile.

Si nettano ancora i frumenti alle cui cime fioriscono tenere le spighe, e si dà l’ultima zappa alle fave che ingranano.

Nella terra acconcia bisogna piantare i maglioli che furono infossati a febbraio, e si rizappan le vigne che pullulano d’erbe e gramigne, dopo le pioggie di marzo.

Poiché la linfa ribolle per i rami, in gonfie gemme addensandosi fuori, si fanno gli innesti a occhio, a scudetto, a zufolo o ad anello, a marza e a bacio.

Piena di succhi è la terra, ma ne ha bisogno di più da spartire alle infinite radici che tutta la succhiano, e perciò tu prega pioggie abbondanti. Il verde ha sete e se non beve si perde.

Tornano le quaglie che cercarono lidi più caldi, e passato il mare si buttano stanche a baciare la terra.

 

 

IL MIRACOLO

 

Miracolo è ogni cosa che vedi e che fai, ogni passo che muovi, ogni parola che dici; tutto è miracolo.

Le cose che tu conosci semplici e piane, e alle quali per l’abitudine non poni mai mente, sono a ogni istante miracolo.

Guarda le stelle: non è un miracolo che esse stiano lassù, che tornino ogni sera, che se ne vadano all'alba? E l’erba che cresce, fiorisce, e muore? E la vita e la morte, che sono? E le foglie e gli insetti; i granelli di sabbia e le gocciole d’acqua?

Miracolo è che da un chicco di grano nascano soltanto chicchi di grano, è non già un uccello o una stella; e ogni anno lo stesso, di maniera che tu non ci pensi e te ne vivi tranquillo.

Se tutto mutasse ogni volta e producesse a suo modo, ora questo ora quello, e non restasse più nulla di certo, come potresti tu reggere?

Non si vive d'affanno e di caso. Miracolo è che niente esca dalla sua legge, e che tutto obbedisca ai voleri di Dio.

 

 

DAL VANGELO

 

Resurrezione di Gesù

 

Dopo il sabato, quando il primo giorno della settimana cominciava ad albeggiare, Maria Maddalena e l'altra Maria vennero a visitare il sepolcro. Quand'ecco batte un gran terremoto; perché un angelo del Signore sceso dal cielo, si accostò, rotolò via la pietra e ci si pose a seder sopra. Il suo aspetto era come di folgore, e la sua veste era candida come neve. E per lo spavento ch’ebbero di lui, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo prese a dire alle donne: Non temete; so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, poiché è resuscitato come avea detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: Egli è resuscitato dai morti; ed ecco che vi precede in Galilea dove lo vedrete. Ecco ve l’ho detto.

E quelle, andatesene in fretta dal sepolcro con spavento ed allegrezza grande, corsero ad annunziar la cosa ai suoi discepoli.

Quand’ecco che Gesù venne loro incontro e disse: Salute! Ed esse, accostatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. Allora Gesù disse loro: Non temete; andate ad annunciare a’ miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno.

 

 

AI PASCOLI

 

Monti e piane non mancano in Sicilia agli armenti. Tu vedi mandrie che annebbiano la vista come nuvole, e nelle valli ombrose senti tutto il giorno risonare campanacci.

Per i buoi e le vacche che amano mangiare mietendo, e placidi radono a bocca piena, di qua di là volgendosi, siano i pascoli fitti e vasti, ricchi di trifoglio, di avena, di sulla e di erbe aromatiche. Così vedrai loro ogni sera gonfie di latte le mammelle dai molti capezzoli, e ne riempirai tutte le secchie.

Per le pecore invece che brucano a spizzico e a morsi, bastano pascoli radi o già usati dal grosso bestiame; campi mietuti, o maggesi ove solo verdeggiano tortuose gramigne.

Alle capre vagabonde e pazze lascia le balze, le macchie e i roveti; ché esse amano variare il mangime, e saltano senza regola dai fiori alle spine.

 

 

LA GANCIA

 

Le campane dei Vespri suonarono ancora a Palermo il 4 aprile 1860.

Grande era l’odio contro i Borboni, ultimi tiranni della Sicilia. Birri e soldati spadroneggiavano l'isola, e più non si contavano le angherie e i soprusi. Le prigioni erano piene di ribelli, le forche davano pane alla terra, e molti esuli fremevano lontano, sospirando la patria.

Allora Palermo si scosse. Tutti i generosi, con a capo Francesco Riso umile fontaniere, si cercarono e s'intesero, e giurarono di morire per la libertà.

Lor quartiere generale fu il convento della Gancia, i cui monaci più degli altri ardevano d’odio contro i tiranni. Nascostamente si riempirono d’armi le celle, fatte per la preghiera e la meditazione: ai crocefissi si accompagnarono le spade e i fucili, ai messali le bombe e le cartucce.

Come tutto fu pronto, si decise di affidare il segnale della rivolta alle campane del convento; perché

 quannu all'armi la campana chiama

s'arribbedda lu populu 'n Sicilia;

pri tutti banni nni curri la fama,

e li squatri nni vennu a milia a milia.

All'alba del 4 aprile, nel cielo sereno di Palermo, le belle campane della Gancia suonarono a distesa. Ai rintocchi di fuoco gli animi s’accesero e le vie brulicarono d’armati che andavano a cercare la morte. Sorsero barricate, crepitò la fucileria.

- Viva la libertà! - era il grido d'ognuno, e ognuno bagnava del suo sangue la terra.

Lunga e terribile fu la lotta, e le campane della Gancia non cessavano mai di suonare, piangendo i caduti, incuorando gli stanchi.

A migliaia sbucavano i birri e i soldati contro quel pugno di forti che cadevano come le spighe; pioveva la mitraglia come gragnuola, e il cannone tuonava dai monti.

Decimati, gli insorti si asserragliarono dentro la Gancia, decisi a morire piuttosto che arrendersi; e le campane suonavano sempre, con voce di fuoco parlando nel cielo.

Ma i cannoni borbonici abbatteron le porte, e i superstiti che dentro pugnavano ancora furono moschettati, mentre le campane con voce di fuoco cantavano al cielo la libertà che mai non muore.

Ebbro della carneficina, Maniscalco, Direttore della Polizia, ordinò che le campane non suonassero più, e i batacchi furon fatti prigionieri, insieme a due mani mozzate.

Ma egli, quantunque passeggiasse da trionfatore per il Càssaro vuoto, sentiva da ogni parte suonare le campane della Gancia, e si voltava indietro con terrore; onde corse allora la canzone:

E Maniscalcu sèntisi

(o dormi, o vigghia, o mancia)

darreri lu terribili

battagghiu di la Gancia.

 

 

I VESPRI E LE SICILIA

 

Sicilia, porti la crûna riali,

‘nta ssa tò testa magna cci cunveni,

ca si, cchiù ricca di lu stissu mari,

e li tò figghi su' tutti guirreri.

Si qualchidunu cci havi a cumannari,

passassi sutta si curaggiu teni!

‘Sicilia italiana’ 'un dubbitari

nuddu ti pisterà sutta li pedi

 

Senti la Francia ca sono martoria;

no ca la Francia ‘un veni cchiù in Sicilia;

viva Sicilia ca porta vittoria,

viva Palermu, fici mirabilia!

Sunati tutti li campani a gloria,

spinciti tutti l’armi tirribilia;

cà pri ‘n eternu ristirà a memoria

ca li Francisi arristaru 'n Sicilia!

 

La Sicilia è la terra di li rosi,

binidittu lu Diu chi nni la fici!

‘nta lu ‘nvernu pruduci tanti cosi,

lu beni surgi di ogni paisi:

Trapani viva! lu sali arricòsi;

viva Missina, dda donna filici!

Palermu ha firmatu tutti cosi,

pri dàricci l'assaltu a lu Francisi!

 

 

I MOTTI

 

Acqua di maggio e d’aprile, frumento a non finire.

Pianta alberi nella vigna, se non hai frutti hai legna.

Buontempo e maltempo non durano tutto tempo.

Fava infasciata, mezza immagazzinata.

Ama chi ti ama rispondi a chi ti chiama.

Il buon giorno si vede dal mattino.

La neve d'aprile cade e non si vede.

Ddopu Pasqua, lu misi allasca.

Terzo aprilante, quaranta durante.

Secondo il monte si getta la neve.

 

 

GLI UCCELLI

 

Essi sono la gioia della campagna: sono fatti di verde come le foglie e di raggi d’oro come il sole.

Sono i figli della terra, e la terra li nudrisce senza che essi si affannino a seminare e a mietere. Non c'è zolla che neghi loro un chicco o un insetto; non c’è ramo che neghi loro una gemma, un fiore, una bacca, un frutto.

Il danno che fanno ai tuoi campi te lo ripagano. Tu non sai quanti insetti nocivi essi distruggono: se ti rubano un chicco, te ne aiutano cento.

Gli uccelli amano l'uomo puro di cuore.

Quando Gesù camminava, gli uccelli scendevano sulla sua via, e gli baciavano i piedi, e gli svolazzavano intorno gorgheggiando festosi. Quando San Francesco cantava al Signore, gli uccelli si posavano sulle sue spalle, e gli parlavano all'orecchio.

Quando tu zappi la tua vigna, o villano, e hai il cuore sgombro d’odio e d’ira, il pettirosso ti scodinzola dalla cima d'un palo, e ti getta il suo chiamo sereno.

Nelle mattinate di primavera, chiare come il cristallo, tu senti in te la festa del loro canto, e ringrazi Iddio, lavorando più lieto.

Non uccidere gli uccelli: essi sono i tuoi primi amici, e nel loro piccolo cuore c'è tanta vita quanta nel tuo.

 

 

CERERE

 

Cerere era la dea dell’agricoltura, ed ebbe per suo regno la Sicilia.

Ella si stabilì nelle valli di Enna e diede agli uomini il dono delle biade e dei frutti.

Insegnò le varie arti e gli strumenti campestri, l'utilità delle erbe e come s’aggiogano i buoi e i cavalli per arare la terra.

Andava sempre incoronata di spighe e papaveri, tutta arsa dal sole, e dove ella passava la terra produceva in abbondanza.

 

 

VIRGILIO

 

Ai tempi che Roma era in grande splendore ma straziata dalle guerre, viveva nei campi di Lombardia un poeta chiamato Virgilio.

Lontano dal rumore degli uomini e dalle risse delle città, egli sentiva al cospetto della natura parlare in sé la voce del Signore. La vita frugale e laboriosa, la frequenza della terra ch’è madre di tutti, le opere della campagna, lo facevano semplice e puro. Il filo d’erba, il ramo in fiore, le nuvole del cielo e le fresche stelle avevano per lui voci secrete, e gli svelavano la sorte dell'uomo in questo mondo, ch’è quella di passare e morire per rinascere in forme nuove e più belle.

Cantò gli arboscelli e gli umili cespugli, il sapore del latte, il grigio fumo dei casolari; le dolci ombre delle valli, il tubare delle tortore, e il saltellar delle capre; com'è saporoso il pane sudato e il riposo meritato, e come la campagna dia forza, salute e ricchezza.

La terra non aveva misteri per lui; sotto i suoi passi le zolle s’aprivano e gli insegnavano il fervore delle radici e delle sementi. Il volo degli uccelli e il corso delle stelle gli dicevano i modi del tempo e delle stagioni; e come quindi s'educa la terra, come l’albero si pota e s'innesta, come si governano gli alveari e gli armenti.

Le piccole cose erano per lui il segno delle grandi, e da per tutto sentiva il governo di Dio, ch'è eguale ed eterno, ed accomuna l'insetto all'eroe, la foglia alla stella, e dà all’anima umana un soffio celeste.

 

 

IL SEMINATO

 

Marzo, mi rifaccio;

aprile vienmi a vedere;

maggio, se non ti talento,

venditi i buoi e compra frumento.

 

 

IL ‘MARROBBIO’

 

Un fenomeno particolare del mare siciliano, lungo la costa tra Mazzara e Trapani e ad Avola, è il così detto marrobbio o marrubbio.

Il mare s’innalza e s’abbassa per parecchie volte di seguito, con un dislivello che talvolta supera il metro, come se nel fondo avvenissero improvvisi scotimenti.

E un mare cattivo che rende più penosa la vita ai pescatori.

 

 

I CORVI E LE GRU

 

I corvi sentono l'acqua e la chiamano:

- Qua! Qua! Acqua! Acqua!

Se alto nel cielo passa il triangolo delle gru, e una avanti che fa strada, l'acqua è appresso.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

Avvelenamento da alcool

 

L'ubbriachezza oltre ad essere un sudicio vizio che rende simili alle bestie, è anche pericolosa perché nei gradi più elevati produce un avvelenamento che può dar luogo a un'orribile morte.

Guardati dal bere smodato e vizioso: la tua salute ne risentirà gravi danni.

L’ubbriaco è pericoloso a sé e agli altri. Egli va soggetto a manie furiose, ad apoplessie (colpi), a sincopi cardiache. Non bisogna con lazzi e beffe irritare gli ubriachi.

Quando l’ubbriachezza è completa il miglior mezzo di farla passare è quello di dormire; se il caso può sembrare letale si provochi il vomito, si facciano bagnuoli freddi alla testa, pediluvi senapati, si faccia ingoiare un bicchiere d'acqua con qualche goccia d’ammoniaca.

 

Sbocchi di sangue (emottisi)

 

Gli sbocchi di sangue sono generalmente indizio di un terribile male: la tisi. Per guarirne perciò bisogna combatterne la causa, con una cura lunga e difficile che può soltanto insegnare il medico (buona nutrizione, vita all’aperto, rimedi ricalcificanti).

Quando essi si manifestino, così gravi talvolta da far temere la morte e sempre spaventevoli per chi ne è affetto, in attesa del medico si può cercare di calmarli facendo inghiottire pezzetti di giaccio, bevande fredde, pezzi di limone con molto sale. Si tenga il malato semiseduto, e gli si faccia osservare il silenzio più assoluto e la perfetta immobilità.

 

Morsi di vipere

 

Il veleno della vipera, iniettato con la morsicatura nel sangue, può talvolta riuscire mortale all'uomo. I suoi effetti si manifestano subito e subito può sopravvenire la morte. Dapprima la pelle intorno alla ferita diventa livida, gonfia, e il gonfiore si estende a tutta la regione; quindi si è colti da angoscia, da brividi, da delirio e da sincope.

I rimedi sono da apportarsi rapidamente, appena avvenuta la morsicatura. Si deve impedire soprattutto la diffusione del veleno inoculato, e cercare insieme di distruggerlo. Sarà bene perciò fare una forte legatura superiore alla parte morsicata, e favorire l’emorragia allargando anche con un coltello la ferita o succiando il sangue con le labbra, purché queste siano intatte e non presentino screpolature. Ma il meglio sarà sempre armarsi di coraggio e bruciare con un ferro rovente la ferita. Grande sarà il dolore, ma più grande sarà il guadagno.

Nello stesso tempo, per rianimare le forze, si somministrino degli eccitanti, vino, cognac, caffè. Si promuovano sudori abbondanti e secrezione d’urina con bevande, infusi di camomilla, ecc.

 

 

 

  AGOSTO

 

 

 

 

 

Finisce la trebbiatura, e l'estate giunta al suo culmine lentamente decade.

Il villano, tutto bruciato, lascia la falce e il tridente, e riprende la vanga che mise da canto.

Col nuovo raccolto si pagano i debiti contratti al tempo delle se­menti; e qualcosa resta da mettere da parte per i bisogni che non si sanno. In agosto ricomincia l'inverno.

La campagna che si credeva lasciata, tosto bisogna riprenderla. La terra non si stanca, e sempre pretende. Ogni giorno ha la sua piccola fatica: qua un albero o una conca, là una siepe o un fosso.

D'un tratto nerica l'uva, come se qualcuno passando si divertisse a imbrattarla. Se hai tempo, utile è ancora zappare la vigna, e ripetere i lavaggi.

Si ritorna, dopo tanto sole, a domandare l'acqua, che rinfreschi la terra arsa, e dia umore agli alberi che non ne ebbero, e ne hanno bi­sogno.

Acqua d’agosto, olio, miele e mosto.

 

(Agosto raccoglitore, disegno inedito di Santi D’Amico)

 

VITA DI SAN CRISTOFORO

 

 

In un lontano paese chiamato la Licia visse una volta un pagano di nome Reprebo, che significa grande. Egli era infatti un gigante alto quanto una quercia, gagliardo come un toro, ardito e feroce. Viveva di caccia e di rapina, terrore alle bestie dei boschi e agli uomini della con­trada. Con una mano sradicava un pino; squartava i lupi e i leoni come ranocchie, e così tutti gli uomini che gli capitavano sotto.

I lupi come sentivano il suo passo scappavano, i viandanti si na­scondevano atterriti, ed egli passava schiamazzando e ridendo.

Essendo il più forte di tutti, la sua forza gli venne a noia, e per­ciò decise di mettersi al servizio del più potente re della terra. Saputo che costui era l'imperatore Filippo di Siria, si presentò a lui e così gli si volse:

- È vero che tu sei il più potente re della terra?

L'imperatore lo squadrò dalla testa ai piedi, e accigliato gli do­mandò:

- Perché vuoi saperlo?

- Perché se così è, io voglio servirti.

- Allora servimi!

Da quel giorno Reprebo lo servì come un cane, e compì per lui me­ravigliose prodezze. Ma un giorno che banchettavano allegramente, uno dei capitani bestemmiò il Diavolo: l'imperatore si fece terreo in volto, e urlò:

- Chi ha osato bestemmiare il Diavolo? Chi l'ha osato, muoia!

II capitano che aveva bestemmiato fu subitamente ucciso.

- Perche l'hai fatto uccidere? - chiese meravigliato Reprebo. - E perché hai tremato sentendo nominare quel coso chiamato Diavolo? Hai dunque paura di lui?

- Come vuoi ch'io non abbia paura? - rispose l'imperatore. - Non sai che Egli è mio e tuo padrone; e padrone del mondo?

- Dunque non è vero che tu sei il più forte della terra?

- Come posso esserlo? Egli è il più forte di tutti.

- Ebbene - disse Reprebo - io dovrei punirti perché tu mi hai mentito. Ma a che prò ucciderti, se tu non sei nulla? Io dunque me ne vado a servire il Diavolo !

L'imperatore gli mandò dietro una frotta di soldati perché lo arre­stassero; ma egli roteando un tronco di quercia li schiacciò tutti come scarafaggi e li disperse.

Se ne andò di qua e di là cercando sempre il Diavolo per servirlo, e un giorno finalmente se lo vide spuntare dinanzi. Aveva zoccoli di bronzo, coda attorcigliata come porco, e sulla fronte due corna che buttavano fiamme.

- Reprebo! - egli chiamò - tu mi hai cercato: eccomi! Ora vieni con me, e servimi!

- Prima di tutto - disse Reprebo, guardandolo senza paura negli occhi - dimmi se è vero che tu sei il più potente della terra.

- Il più potente? Ebbene: guarda! - e così dicendo batté uno zoc­colo sulla rena, e d'un tratto tutta la terra tremò: s'aprì una voragine e lingue di fuoco saettarono il ciclo.

Un branco di demoni fischiando e sghignazzando apparve agli oc­chi di Reprebo.

- Ci credi dunque? - domandò il Diavolo. - Se vuoi altre prove io ti ridurrò in polvere questa pallottola che voi uomini chiamate la terra; strapperò le stelle dal firmamento e le butterò come sassi ai passerotti.

- Se tu puoi questo - disse Reprebo - io sono pronto a servirti. Andiamo!

Andarono insieme lungamente, e Reprebo per ordine del Diavolo compì assassini, ladrocini e violenze d'ogni sorta. Dove passavano en­trambi le stesse erbe seccavano, la vita moriva, le pietre emettevano fiamme.

Ma un giorno, attraversando un deserto, videro venirsi incontro una grande croce di legno. Il Diavolo, che era avanti, voltò rapidamen­te il cavallo, e fuggì a briglia sciolta urlando di rabbia, avvolto in un nugolo di fumo. Stupito, Reprebo lo inseguì, e raggiuntolo dopo lungo correre, rattenne forte il cavallo per la criniera.

- Perché fuggì? - domandò.

- Lasciami! - ruggì il Diavolo con la schiuma alla bocca. - Lascia­mi, se non vuoi ch'io ti parvifichi, e seguimi senza fiatare!

- Prima - gridò Reprebo, tenendo sempre il cavallo che schizzava faville dalle narici e dagli zoccoli - prima devi dirmi perché hai paura, e di chi. Che cosa dunque ti spaventa così?

- La Croce! - sibilò il Diavolo - Quei due legni incrociati che ci sono apparsi nel deserto.

- E tu hai paura di due pezzi di legno: tu il più potente dell'uni­verso?

- La Croce! - ruggì ancora il Diavolo, eruttando furore da ogni parte - la Croce del Cristo è più potente di me. Quand'ella mi appa­re io non posso più niente, e devo fuggire come un vile ladrone; inva­no l'ho combattuta: sempre m'ha vinto. Speravo d'averla finita una buona volta per sempre con Cristo, facendolo inchiodare sulla Croce, ma Egli discese all'Inferno, ruppe le mie porte e rinnovò per sempre la mia schiavitù. Quand'Egli mi appare col segno Suo, la Croce, io so­no perduto.

- E chi è questo Cristo? - domandò ansioso Reprebo.

- Egli è il Dio dell'universo.

- Non c'è un Dio più forte di lui?     

- Nessuno. Il più forte, l'unico è Lui!

- Allora — esclamò minaccioso Reprebo — perché tu mi hai ingan­nato? Perché ti sei fatto servire da me se tu non eri il più forte del mondo! Vattene! io ti disprezzo. Io voglio servire il Cristo.

- Ah ah ! — sghignazzò furibondo il Diavolo — tu vuoi servire il Cri­sto? Ma non hai pensato ch'io posso ridurti in cenere? - e così dicendo alzò il braccio per incenerirlo.

Ma Reprebo, ricordandosi di ciò che aveva visto poco prima, mise le mani a forma di croce, e tosto con orribile bestemmia il Diavolo fuggì, lasciandosi dietro una voragine di fuoco.

- Ecco — disse tra sé il gigante — che una semplice croce ha vinto il Diavolo che nessuno potè mai vincere. Dunque io devo servire la Cro­ce, cioè Cristo; perché certamente nessuno è più forte del Cristo. An­diamo!

Da quel giorno se ne andò vagando per ogni parte della terra, chie­dendo a chi incontrava ove mai si trovasse il Cristo, ma nessuno sapeva dargli risposta, perché nessuno allora conosceva il vero Dio.

Giunto alfine sulla riva d'un fiume, vide una capanna di frasche e fango, e sulla porta un Santo Eremita, tutto magro dai lunghi digiuni e dalle continue preghiere.

- Chi sei tu? — domandò Reprebo.

- Io sono Cucufato, servo di Cristo.

- Tu servo di Cristo? Tu dunque conosci il Cristo?

- O se lo conosco! Egli è il mio Dio, e il Dio del ciclo e della terra.

- Allora insegnami senza perder tempo ov'egli si trova, perché io voglio servirlo. È tanto tempo che lo cerco! Il Santo Eremita sorrise:

- Egli si trova dovunque. Egli è sempre dove tu lo cerchi.

- Dove io l'ho cercato non l'ho mai visto - interruppe Reprebo. -Insegnami meglio a trovarlo.

- Per trovarlo - disse San Cucufato - bisogna aver fede in Lui.

- E come?

- Amandolo e servendolo!

Il gigante scrollò contento le spalle:

- Ma io lo cerco proprio per questo, per amarlo e servirlo, come un cane! Egli è il mio Signore, perché è il più forte di tutti. Ma è pro­prio vero che Egli è il più forte, e che nessuno può eguagliarlo?

- Ah Reprebo, Reprebo! - esclamò l'Eremita - e non lo sai tu stes­so? non l'hai tu stesso provato? Guardati intorno: tutto è opera Sua, il ciclo e il fuscello d'erba che tu hai sotto i piedi, il tuono e il sereno; la montagna che tocca le stelle e il verme che striscia nascosto. Tu stesso non sei opera Sua? Non t'ha Egli fatto per essere da te glorificato? Non hai visto come Satana fuggiva al segno Suo, la Croce?

Il viso di Reprebo raggiava di gioia:

- Ebbene, io lo voglio subito servire, senza perderci in chiacchie­re. Dimmi cosa devo fare.

- Prima tu sei stato il servo del Male, ora tu sarai il servo del Bene. Così solo potrai guadagnare Cristo.

- Per vederlo io farò ciò che tu vorrai. Vuoi ch'io estirpi dalla ter­ra le bestie feroci; ch'io svuoti il mare; ch'io uccida lo stesso Satana?

- Il Signore non vuole l'impossibile dai suoi servi. Egli pretende poco, e da ognuno secondo le proprie forze. Chi sa pregare, preghi; chi sa operare, operi. Tu che hai buone spalle e grande forza, mettiti qui sulla riva del fiume ove il ponte è crollato, e porta all'altra sponda chi vuoi passarlo. Io ti andrò intanto istruendo nelle cose di Cristo, e giorno verrà che tu lo vedrai in tutta la sua gloria.

- È troppo poco - borbottò scontento Reprebo che s'aspettava chissà quali fatiche; ma poiché bisognava obbedire, obbedì. ,

Scerpato un grosso tronco di palma se ne fece un bastone; e chiun­que si presentava, egli lo passava sulle spalle all'altra parte, fendendo allegro la pericolosa corrente. Era con tutti umile e lieto, egli che aveva squartato i lupi e i leoni, e che con un pugno schiacciava un uomo. Se qualcuno gli dava un obolo in pagamento, lo buttava ridendo nelle ac­que, perché faceva ciò in servizio di Cristo suo Signore, per la sola spe­ranza di vederlo. Si cibava senza lamentarsi, mentre meglio gli sarebbe voluto un bue intero, di dàttoli e d'erbe, come vedeva fare al Santo Eremita, e intanto si veniva rapidamente istruendo nelle cose della reli­gione e nei misteri del Cristo.

Ciò durò assai tempo. Una notte infine che il ciclo era scuro, e lon­tano minacciava, Reprebo sentì all'altra riva piangere un bambino. Me­ravigliato, si fece sulla porta e ascoltò: la voce lo chiamò tre volte per nome:

- Reprebo! Reprebo! Reprebo! perché non vieni a prendermi, ch'io non posso passare?

Un fulmine in quel punto squarciò il ciclo nero come la pece, e un tuono spaventoso rotolò fra le nubi facendo tremare la terra. Reprebo si buttò nel fiume, e fu tosto all'altra riva ove credeva trovare il bambi­no; ma cerca e ricerca, chiama e richiama, il bambino non c'era più. In una sosta del vento lo sentì gemere un miglio lontano; corsovi, la tene­ra vocina come un belato d'agnello gemeva al posto di prima; e quan­do fu qua, la voce di nuovo era là; e così tante volte sempre con lo stes­so risultato. Stanco alfine, temendo che non fosse opera di Satana suo nemico, fattasi la croce egli stava per ripassare il fiume; ma chinati gli occhi, si vide tra i piedi un meraviglioso bambino, biondo e ricciuto, che diceva con pietosa voce:

- Perché dunque, o Reprebo, non vuoi passarmi all'altra riva?

- Credevo - rispose il gigante, incantato di vederlo così bello -che fosse Satana, il mio nemico che sempre cerca di nuocermi. Ma tu sei certamente un angiolello caduto dal ciclo. Vieni qua, ch'io ti porto.

Così dicendo se lo caricò sulle spalle, e appoggiandosi al tronco di palma entrò nelle acque. Subitamente il temporale si scatenò in tutta la sua furia; il fiume si gonfiò orribilmente, e Reprebo col suo carico fu sul punto d'essere travolto. A un tratto egli sentì che quel bambino lieve come una piuma si faceva pesante come una montagna. Il tronco di palma gli si torse in mano scricchiolando, ed egli stesso si piegava in giù come un arco. A metà del fiume la lena gli mancò; atterrito, fa­cendo quanta più forza poteva, alzò il viso al bambino, e chiese sbuf­fando:

- Il mondo porto che son così franto? Una voce celeste rispose:

- Giusto dicesti, Cristoforo Santo, che porti Cristo con tutto lo mondo!

A queste parole il temporale passò; il ciclo rifiorì a grappoli le stel­le, e una splendente luce circondò il Divino Bambino che reggeva nella sua piccola mano il globo terrestre.

Reprebo sentì centuplicarsi le forze; il peso sulle sue spalle tornò lieve come una piuma, e il secco tronco di palma improvvisamente gli fiorì e fece i dàttoli. Toccata a due passi la riva, depose il Bambino, e piangendo e ridendo di gioia senza mai fine lo adorò.

- Tu sei il Cristo! — gridava — tu sei il Signore di Reprebo, che co­mandi ai tuoni e vinci le saette!

- Alzati! - disse Gesù - e ascoltami: Tu non sei più Reprebo, ma Cristoforo che significa portatore di Cristo. E da oggi in poi tu sei en­trato nella mia grazia, e votato alla mia gloria. Vattene per ogni dove, e annuncia il Verbo di Cristo.

Così dicendo sparì in un globo di luce.

E Cristoforo, ricevuto finalmente il battesimo, se ne andò per il mondo a predicare la parola di Nostro Signore Gesù Cristo; finché non ebbe anche lui il santo martirio.

 

 

L’ARCOBALENO

 

Quando l'arcobaleno spunta all'orizzonte come un gran ponte nel ciclo, il tempo si sgrava e torna il sereno.

Il sole rompe le nubi, e lucido brilla, e la terra tutta umida d'acqua ride dei sette colori.

 

 

L’ANTICA SICILIA

 

Anticamente la Sicilia fu splendida e ricca.

La sua civiltà superava quella degli altri popoli mediterranei, e non aveva nulla da invidiare a quella di Atene e di Roma.

Nelle sue città fiorivano meravigliosamente le arti e i commerci, e ai suoi porti passavano gli scambi di tutto il mondo.

Città famose nel periodo greco-romano furono Siracusa, Agrigento (Girgenti), Catana (Catania), Messana (Messina), Panormo (Palermo), Drepanum (Trapani), Segesta, Solunto, Imera, Tindari, Enna (Castrogiovanni).

Di alcune di esse oggi non resta più che il solo nome, e qualche ru­dere che può a stento darci l'idea della passata grandezza; altre resi­stendo ai secoli tuttora splendono, ricche di storia e di civiltà, e sono le più belle dell'isola.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

 

Punture di insetti

Durante i lavori agricoli, per la raccolta dei frutti e la vendemmia, tu sei esposto alle punture di insetti di ogni specie, api, vespe, calabroni, ragni, scorpioni, che talvolta possono anche riuscire di grave danno e procurare la morte.

Le punture più comuni, alle quali tu sei più abituato, sono quelle delle vespe, delle api e dei calabroni. Esse producono generalmente dei disturbi più o meno leggeri, gonfiore della pelle, vivo arrossamento e dolore acuto. In questi casi basta applicare bagnuoli freddi, olio o anche sugo di cavoli contro il dolore e la tumefazione; e per il resto ar­marsi di pazienza e attendere che il tempo provveda al resto.

Si possono avere avvelenamenti più gravi, seguiti anche da morte, se le punture sono molteplici, dovute ad un intero sciame che ti si av­venti contro furioso, come quando incauto ti diverti a molestare arnie, bresche, vespai, celle.

Allora dopo i consueti fenomeni locali, sopravvengono sudori vi­scosi e freddi, senso di debolezza, vertigini, tremore, convulsioni, an­sietà allo stomaco, freddo ai piedi e alle mani.

In questi casi bisogna intervenire subito ed energicamente. Si cer­chi dapprima di estrarre i pungiglioni, e di promuovere l'emorragia per scacciare il veleno. Si facciano i soliti bagnuoli freddi; contro il do­lore di testa si applichino cataplasmi di melma; per la prostrazione si diano eccitanti, vino caldo, ruhm, caffè; per l'eliminazione del veleno si provochino con infusi e bevande abbondanti sudori.

I morsi dei ragni non danno avvelenamenti di grave importanza. Non è vero che essi cagionino fenomeni nervosi, come il tarantismo o ballo della tarantola. In ogni modo, appena accertata una morsicatura di ragno, si cerchi di provocare con l'emorragia l'uscita del veleno, si lavi quindi la ferita con acqua e qualche goccia d'ammoniaca. Si pro­vochino sudori abbondanti.

 

Avvelenamento per fosforo

I sintomi di avvelenamento per fosforo sono bruciori che dalla gola si estendono al ventre, nausee, rutti con odore d'aglio, vomito di mate­rie che al buio appaiono fosforescenti. Se t'accorgi presto del malanno, la miglior cura è al solito il vomito provocato.

Come rimedio si raccomanda il solfato di rame, 1 grammo sciolto in un bicchiere d'acqua da darsi in un'ora; un boccone alla volta.

 

Idrofobia (rabbia canina)

Se hai il sospetto che il tuo cane sia arrabbiato, uccidilo subito. La tua pietà sarebbe empia e dannosa a te e agli altri.

L'idrofobia è un male orrendo che si trasmette con la morsicatura o anche col semplice leccamento di ferite cutanee. Esso si sviluppa dopo 20 giorni fino a 60, e spesso più tardi ancora.

Dapprima il malato sente spossatezza, dolori di testa, angoscia, dif­ficoltà nell'inghiottire e nel parlare. Subito dopo vengono dolorose contrazioni nel bere, e anche al solo pensiero dell'acqua; la respirazio­ne si fa difficile e penosa, sopravviene il delirio, e il malato divenuto furioso può morsicare chi lo avvicina, e così trasmette il male.

Quando la malattia è dichiarata e in pieno sviluppo ogni cura è inutile, e il paziente è destinato a morire fra atroci sofferenze.

Le cure invece sono da apprestarsi d'urgenza appena è avvenuta la morsicatura d'un cane arrabbiato, o che si possa sospettar tale.

Allora, come per i morsi delle vipere, si cerchi subito di impedire la diffusione del veleno, e quindi di distruggerlo. Si facciano le solite legature compressive al di sopra della parte morsicata, e si favorisca l'emorragia, allargando la ferita con un coltello. Si lavi con acqua e sale e si bruci infine la ferita con un ferro rovente.

Ma non bisogna acquetarsi a questi soli rimedi; si faccia venire il medico e si provveda a mandare il paziente in un istituto antirabbico per la cura radicale del male.

 

AUTUNNO

 

 

Ecco l'autunno tutto grappoli e frutti, e odoroso di mosto.

La campagna lentamente si spoglia; fuggono gli uccelli che fecero lieta l'estate, e nel ciclo grigio veleggiano i corvi e le gru che sentono l'acqua.

I campi arati fumano, e la prima nebbia li fascia; e gli alberi nudi levano come scheletri le braccia.

Comincia la stagione piovosa, come vuole l'agricoltura. Cadono pioggerelle fine ad inzuppa-villano, e intanto i solchi e le zolle si vanno riempiendo di semi, che daran frutto alla nuova stagione.

Ogni tempo ritorna; e tu bene lo sai, che dal principio dell'anno al­la fine spargi il tuo sudore, e non conosci riposo.

Tutto ha dato la terra alle tue fatiche, e intanto nel suo seno fecon­do, prepara il pane futuro. Sia benedetta la terra, madre benefica, eter­na nutrice!

Si colgono i frutti d'inverno e si dispongono nei locali di conserva­zione; è il tempo delle nespole, delle castagne saporose, delle mele co­togne piene d'un nascosto aroma, degli agrumi, delle olive che man mano si gonfiano d'olio.

Prima che l'anno finisca si gusta il nuovo vino, allegrezza dei giorni di festa. Si fanno grandi partite di caccia, e di lepri, di conigli, di volpi riede carico a sera ogni cacciatore.

Cristo nasce mentre l'anno muore: augurio alla vita laboriosa dell’uomo; e nel ciclo gelato brillano le stelle.

Tu guarda sereno all'opra compiuta: se il tuo cuore è puro di mac­chia, bella è la vita.

 

 

 

 

OTTOBRE

 

É un mese affollato di grandi lavori: si vendemmia e si preparano i campi per le nuove sementi.

Nell'ultimo sole, biondo come l'oro, è festa alla vigna. Uomini e donne empiono di grappoli i canestri e stornellano d'amore, o cantano storie e contrasti. In­tanto le bestie vanno e vengono cariche, e, dove ancora il contadino non è stato sì previdente da introdurre le pigiatrici meccaniche nel palmento, tutti impiastricciati di mosto, i pigiatori ballano sull'uva. Si lavano le botti e vi si fanno suffumigi di zolfo: così il vino è sicuro dagli acidi.

S'imbotta il mosto; e dalla vinaccia con acqua si estrae il vinello, e il resto è ottimo mangime ai colombi e alle galline.

Dopo si spala la vigna e si sconcano ancora gli alberi per la concimazione.

Ai campi l'aratura è nel pieno, e anche, la zappa la­vora per la semina delle fave e degli altri legumi.

Non aver fretta a spicciarti, che il tempo è con te. Si dice: - se vuoi vincere il tuo vicino, buoi al passo e solco pieno.

Ci voglion acque abbondanti; il seme ha bisogno di trovare pastosa la terra; e se non è piovuto e non piove non sai come andrà la semina. Acqua prima e acqua dopo.

Si ritira il concime chimico; si rinnovano i contratti agrari; si prende a prestito il denaro occorrente per i lavori dell'annata.

Si fanno in questo mese altri vivai e piantonai, sce­gliendo bene i semi e le gemme, e curando il terreno. Si piantano gli alberi resistenti ai geli invernali: peri, ciliegi, meli, nei luoghi in cui l'inverno non sia rigido e ventoso.

 

 

LA SALUTE

 

La prima cosa è la salute: la salute è necessaria, la ricchezza è un sovrappiù.

Se non hai braccia da usare, non hai niente.

Mente sana, in corpo sano.

Cura la tua salute: non darti alle sregolatezze, ma ama il vivere ordinato e casto.

La tua casa se è povera non importa, ma sia sempre tersa come uno specchio: la sporcizia porta più mali che tu non immagini.

Lo sai come si dice? casa pulita, t'accresce la vita; e anche: - povero sì, sporco perché?

 

 

LA VENDEMMIA

 

Allegramenti si fa la vinnigna;

l'omu travagghia allegru e non si lagna,

forza e saluti n'otteni alla vigna,

cu' cchiù travagghia cchiù assai ni guadagna.

L'omu travagghiaturi non s'intigna,

campa letu e cuntentu cu la magna.

Cu' cerca trova, cu' voli s'insigna,

cu' sapi travagghiari assai guadagna.

 

(Ottobre vendemmiatore, disegno inedito di Santi D’Amico)

 

 

LE INDUSTRIE DELLA SICILIA

 

La Sicilia è una regione principalmente agricola. I suoi miti e le sue leggende, le canzoni e le storie, gli Dei e gli eroi, ogni cosa in Sicilia ha un principio agricolo.

Essa non ha avuto in passato nessuna grande industria. Le sue in­dustrie sono tutte moderne, e perciò ancora bambine.

La più importante è l'industria della estrazione e della lavorazione dello zolfo, che costituisce buona parte della ricchezza di due province: Girgenti e Caltanissetta, e che ora ha, di fronte al passato, migliori metodi tecnici. Il lavoro nelle miniere è divenuto più umano; più uma­ne sono le condizioni economiche e sanitarie dei solfatai. Molto a que­sto scopo ha giovato l'istituzione del Sindacato obbligatorio per gli in­fortuni degli operai delle miniere.

La Sicilia produceva fino al 1915 più di due milioni di tonnellate al­l'anno di zolfo, per un valore di circa trenta milioni di lire.

Di grande avvenire è l'industria degli agrumi, che vengono utilizza­ti per l'estrazione di essenze, o per la fabbricazione di agro crudo e cotto, di citrato di calcio e di acido citrico. Centri agrumari per l'estra­zione di derivati sono Messina, Catania, Palermo.

Povere sono le industrie del legname, dei trasporti, del caseificio.

Ricca è invece l’industria del vino, il cui emporio è il porto di Ripo­sto. Di fama mondiale sono i vini di Marsala, di Mascali, dell'Etna, i moscati di Siracusa e di Pantelleria, la malvasia di Lipari.

Industrie che molto permettono sono quelle della molitura, del pa­stificio, delle conserve di pomodoro in scatole.

Di grande importanza è la pesca: specialmente quella del tonno, di cui si hanno parecchie tonnare celebri come quelle di Trapani, Favignana, ecc.; delle sardelle e delle alici che salate e preparate in barili ven­gono pure esportate. Scarsa importanza ha ora la pesca del corallo e delle spugne.

 

 

EMPEDOCLE

 

Empedocle fu un antico filosofo di Agrigento.

Giovane ancora, volendo conoscere i misteri del mondo creato, abbandonò il facile vivere, e si diede allo studio della natura. Frequentò tutte le scuole di filosofia che fiorivano in Sicilia e in Italia, e per ascoltare la voce dei sapienti più famosi, viaggiò in Grecia e in Egitto.

Egli diventò ben presto dotto in ogni scienza: conobbe l'arte delle stelle e dei pianeti, la medicina, la geometria, la matematica, la poesia e la musica, e fu tra i filosofi più pregiati del suo tempo.

Andava di città in città e insegnava all'aria aperta, e tutti i giovani ansiosi di istruirsi correvano a fui.

Molto per questa sua sapienza egli era onorato, e poiché operò cose prodigiose, usando della sua arte me­dica come nessun altro in quei tempi, ebbe fama di mago presso il popolo ignorante e superstizioso.

Liberò Selinunte dalla malaria, dando moto alle acque stagnanti per mezzo di due fiumi che v'incanalò a sue spese; guarì facilmente una donna caduta in asfis­sia, e si gridò al miracolo essendo quella creduta morta da tutti; liberò ancora Agrigento dalle esalazioni pe­stilenziali che venivano dalla gola di un monte, ostruen­done con un gran masso il passaggio; e molti altri fu­rono i suoi prodigi.

Stanco finalmente della sua vita fra gli uomini, sì ritirò sul monte Etna, attrattovi dai fenomeni del vul­cano, e si diede a studiare le vicende del fuoco che sotto rombava e in alto splendeva.

Venuto in più grande curiosità, egli decise di scan­dagliare l'interno del monte per vedere come il fuoco nascesse e si alimentasse, e lasciati fuori i calzari, si slanciò nel cratere. Ciò che vide nessuno lo sa, perché egli non tornò più, e invano gli abitatori del monte lo cercarono.

Rinvenuti infine i suoi calzari, corse tra il popolino una curiosa leggenda, che egli cioè sì fosse gettato nel cratere per far credere d'essere stato rapito dagli Dei, ma che Vulcano geloso lo avesse divorato, e ne avesse quindi sputato fuori i calzari.

 

 

GIOVANNI MELI

 

Chi non ha sentito nominare Giovanni Meli?

Egli è il poeta della Sicilia.

Gli antichi, al momento propizio, recitano lietamente i versi di lui, e c'è ancora chi ne sa a memoria intere canzoni e poemi, e quando co­mincia non finisce più.

Egli fu un piccolo abate di Palermo, uomo di lettere e di corte, as­sai caro ai potenti e ai ricchi.

Ma, amante della vita semplice e rustica, egli sentiva nelle sue vene scorrere sangue popolano, e nella naturale parlata si mise a cantare la vita del popolo.

Fu con mutata voce il continuatore di Teocrito, poeta dell'antica Sicilia: celebrò la vita dei campi e dei rioni popolari, in succose satire mise in ridicolo i vizi dei potenti e fece amare le virtù degli umili.

Coi suoi versi grandemente onorò il dialetto siciliano, così melo­dioso e pittoresco, e mostrò all'Italia che si può essere poeti col mode­sto parlare del popolo.

 

 

LA VICENDA

 

I campi vogliono la vicenda: ora grano, ora fave, e un anno riposo.

Non bisogna sfruttare eccessivamente la terra; se troppo le chiedi, ti rende meno. Dalle modo di rafforzarsi e nutrirsi: essa è come la nu­trice, che ha bisogno di riposo e di buon nutrimento per aver latte alle mammelle.

Alterna il frumento all’orzo o alle fave, e un anno lascia la terra vacante. Ne avrai pascoli per il bestiame, e perciò latte e stallatico

Utile, ma in Sicilia poco seguita, è la diretta coltivazione a prati: di sulla, erba medica, trifoglio e lupinella, perché queste piante ingrassa­no la terra e non l’affaticano.

Dopo un anno o due di simile coltivazione tu avrai campi che con una semplice aratura ti daranno frumento in abbondanza.

 

 

I MOTTI

 

A carne dura, coltello tagliente.

Alla festa del Santo non ci mancare.

Chi veramente vuole, fa le pietre pane.

Invece di parlare, mettici paglia.

Chi sente, risente.

Chi ha le brache strette, stia all’impiedi.

Giusta misura a lungo dura.

Non bastano gli anni, ci vuole il talento.

II martedì non è lunedì.

Il piede regge la testa.

 

 

LA FUGA IN EGITTO

 

Era Giuseppi Santu addurmisciutu,

ed avia Gesù l'età di tri anni,

lu 'nfami Erodi era arrisulutu

d'occidillu pi mani d' 'i tiranni;

e un Ancilu di celu ci ha scinnutu

supra Giuseppi lu gran Santu 'ranni

e 'n sonnu sti paroli cci dicia:

- Giuseppi Santu, ascuta un pocu a mia.

 

Pìgghiati la tò spusa e lu Misia,

e pàrtiti 'i stu locu prestamenti,

pirchì Re Erodi cu gran tirannia

sta dannu morti a semila 'nnucenti;

ancora voli occidiri a Maria

e a lu Bamminu Gesù onniputenti.

Partiti prestu senza cchiù tardari,

pi li so' vogghi putiri scansari.

 

Giuseppi si svigghiau senza tardari,

e stu sonnu a Maria cci arraccuntau

non circau né robba né dinari,

'mmrazza lu Bammineddu si pigghiau.

Misiru 'a stissa notti a camminari

'n Ancilu versu Egittu li guidau,

l'accumpagnava l'Ancilu pi via

a Gesù, a San Giuseppi ed a Maria.

 

Passannu Gesù, Giuseppi e Maria,

ogn'arvulu di chiddi si calava,

e riverenza ognunu cci facia,

cà comu Diu ognunu l'adurava.

 

'Na nuvula lu suli ci apparava

supra la sagra testa di Maria;

in chiddi parti unna Maria passava

comu 'n'apparasuli cci facia.

L'Arabia l'oduri cci mannava,

la terra meli e manna cci affiria,

a lu ciumi Giurdanu li rubini

e all'Orienti li perni cchiù fini.

 

Avennu siti la Vergini pia

pi lu gran caudu chi sintia pi strata,

e allura di 'na petra ddà niscia

un'acqua frisca, duci e 'nzuccarata.

Pari che chidda petra cci dicia:

- «viviti puru, Vergini Biata.» -

Ubbidienti a Diu nostru Signuri

L’erbi e li chianti tutti cu li ciuri.

 

Niscianu armali di li grutti scuri,

e ognunu cu sò lingua cci cantava,

facennu sàuti e balli di fururi

di chiddi parti unna Maria passava.

E ongi ocidduzzu 'mmenzu li friscuri

'na famusa armunia cci cuncirtava;

ubbidienti s'arrinnianu tutti

l’erbi, li curi e li cchiù duci frutti.

 

Cc'era un latru chi Ddima si chiamava,

e supra un munti 'a guardia facia;

e di ddu locu sti cosi ammirava

e dintra d'iddu parrava e dicia:

- «Oggi l'Eternu Diu di ccà passava;

Chistu è lu veru Diu, veru Misia

ch'ora si vinni a stu munnu a 'ncarnari

pi nuàtri piccaturi arriscattari.

 

Allura Ddima d' 'a muntagna scinniu

e ê pedi di Maria si prisintau;

di zoccu avia di bonu cci affiriu,

ed alla casa so si li purtau,

affirennuci roba e quantu avia

a Gesù a San Giuseppi ed a Maria.

Allura Cristu cu Ddima parrau:

- «sta attentu amicu, a quantu dicu iu:

si tu ti pintirai di li to' danni

sarai cumpagnu miu di ccà a trent'anni».

 

Sutta un pedi di parma s'assittaru,

Maria ddi belli frutti risguardava,

e risguardannu ddu locu umili e caru

quattru di chiddi frutti addisìava.

Ascuta e senti stu mrâculu raru,

la stissa parma li rami calava;

li dattuli a Maria cci apprisintau

Maria li cogghi e la parma s'arzau.

 

Cristu a la parma cci parrà e cci dici:

«Parma, ti dugnu 'a binidizioni;

comu onurasti li me' cari amici

sarai cumpagna a la me passioni.

Ancora cu li toi rami filici

portami ogn'arma a la sarvazioni;

e ancora cu li toi pampini santi

trasemu a Gerusalemmi triunfanti».

 

 

LE CANZONI

 

La Sicilia è la patria delle canzoni.

Prima cura e primo vanto del contadino è di saper cantare, come il cuore gli dice e la sua fantasia. Està e inverno, egli non si stanca mai; e quando non ne sa più, le inventa. Cantando, il tempo gli passa e la fati­ca meno gli pesa, e torna più lieto al suo nido.

C'è uno strumento apposta per accompagnare le belle canzoni, d'amore e d'ogni specie, ed è lo scaccia pensieri.

Chi lo sa sonare è nominato fra tutti. Le fanciulle, la notte si sve­gliano dal sonno e sospirano sole nel bianco letto. I vecchi rimembra­no i bei tempi della giovinezza, e le mamme guardano agli occhi delle figlie, lucenti come le stelle.

Il cantare è il primo conforto del contadino.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

Avvelenamento per verderame

 

Non usare pentole di rame che non siano stagnate; perché cuocen­dovi dentro cibi preparati con aceto o frutta acide dàn luogo all'acetato di rame (sali di rame, verderame).

Manipola con cura il solfato di rame per usi agricoli, e guarda di non incorrere in funesti errori.

L'avvelenamento per sali di rame è generalmente acuto e pericolo­so. I sintomi di esso si manifestano tardivamente, cioè molte ore dopo l'ingestione del veleno: in principio si ha un lieve malessere, perdita di forze, nausee, vomiti; seguono poi acuti dolori di ventre, sudori freddi e diarree sanguigne. In casi più gravi si hanno anche convulsioni, para­lisi parziali, delirio.

Il rimedio più efficace è il vomito provocato con le dita nelle fauci o con bianchi d'uova e magnesia calcinata sciolta in un po' d'acqua. Dopo il vomito sarà utile un forte ed energico purgante, come l'infuso di sena.

 

Funghi velenosi

 

Diffida dei funghi, anche se credi di avere la magica virtù di conoscere i buoni dai malvagi. Molti velenosi hanno una grande somiglianza coi buoni, e traggono in inganno l'occhio e il palato più esperti.

Non abusare dei mangerecci: consumati in quantità o in istato di putrefazione anche poco avanzata, possono cagionare gravi avvelena­menti come gli altri.

Sii cauto e parsimonioso.

Se per tuo malanno hai mangiato dei funghi velenosi, dopo i primi effetti, vomito, nausea, vertigini, affanno, contrazioni nervose, sudori freddi, pensa subito al riparo. Il meglio è di vomitare quanto si è man­giato, e perciò provoca il vomito col mezzo facile e spedito delle dita nelle fauci, oppure ingoiando dell'olio o dei chiari d'uovo. Se l'inge­stione dei funghi è avvenuta da molte ore sarà bene somministrare un forte purgante, olio di ricino, infuso di foglie di sena, per sbarazzare il tubo digerente delle sostanze velenose passate in esso.

Per aiutare questi rimedi si combattano intanto gli altri effetti del veleno: la prostrazione con vino e cognac, i dolori con pezze calde sul­lo stomaco, la coma con spruzzi d'acqua fresca e col fiuto di aceto e di ammoniaca.

 

 

POLIFEMO E ACI

 

Polifemo era uno dei più feroci e barbari ciclopi.

Egli abitava a piè dell'Etna, sulla riva del mare: aveva infiniti ar­menti, antri pieni di caci e di ricotte, di frutti e di vino.

La sua testa sembrava una cima di montagna, su cui l'unico occhio folgoreggiava come il sole, e il suo corpo era così peloso che sembrava una foresta.

Per bastone aveva un pino intero, e lo maneggiava terribilmente | contro le fiere e gli uomini.

La mattina si buttava avanti l'armento che non finiva mai, e lo por­tava a pascere su pei monti e nelle valli, governandolo con un fischiet­tio che faceva tremare i boschi intorno come la tramontana.

Or un giorno, mentre si lavava la faccia nel mare, emersero dalle onde numerose ninfe marine, belle come la luna, che a vederlo così brutto si risero di lui, e lo motteggiavano. Una, ch'era la più bella e la più ardita, gli si fece vicino cantando e danzando sulle mobili onde, e com'egli, abbagliato, allungò la mano per afferrarla, ella gli spruzzò dell'acqua sul volto, e con un riso sonoro s'immerse.

Polifemo restò muto e incantato, e il cuore gli tremava come ad un fanciullo.

D'allora non ebbe più pace, e i suoi costumi mutarono. Infisse dei pioli in un tronco di pioppo e se ne fece un pettine per la sua barba; tolse a dei pescatori due barche e se ne fece scarpini; si cucì una gra­ziosa cintura di pelli di lupi e di volpi, e imparò a sonare l’arpa e a mo­dulare la zampogna di canne. Non divorava più uomini per non sem­brare feroce alla sua bella, e dopo ogni pasto si puliva accuratamente i denti grandi come màcine, perché splendessero.

Ma di lui la ninfa si prendeva gioco e dei suoi sospiri si rideva, rinfocandogli con vezzi e moine il gran fuoco nel petto.

- Polifemo! - gli diceva - guarda come sono bella. C'è una ninfa più bella di Galatea? Vieni qui, nel mare, ch'io ti amerò! Ma prima di­venta bello: sei troppo brutto!

E come Polifemo, cieco d'amore e di rabbia, si buttava nel mare per prenderla, ella guizzava e spariva. Poi riapparendo più lungi, così continuava:

- Ma come vuoi ch'io ti ami, o Polifemo? La tua bocca sembra una caverna: invece di baciarmi m'inghiottirebbe; il tuo unico occhio è pauroso come il cratere dell'Etna, il tuo corpo peloso è come una bo­scaglia in cui io certo mi smarrirei se volessi abbracciarti, pungendomi tutta. Io sono troppo bella per te.

Il Ciclope urlava di furore, e l'Etna e il mare ne tremavano:

- Bada, Galatea!

Ma subito mutava tono, e piagnucolando come un bambino così le diceva:

- Perché sei crudele con me, o Galatea? O bella come un raggio di luna, o più lucente del cristallo, più dolce dell'uva, più bianca del gi­glio, più lieve dell'onda, più cara del sole invernale e dell'ombra estiva, più dolce a baciarsi del latte, più leggiadra d'una colomba: perché non hai pietà di me? oh, tu sei più dura d'una quercia, più falsa delle onde, più trista d'un serpente, più superba d'un pavone, più aspra delle spi­ne! Se invece mi amassi, saresti più incantevole d'un giardino fiorito. Perché dunque non mi ami? Non è vero ch'io sia brutto. Sono bello: sei tu la cieca che non te ne accorgi. Io sono più alto dell'Etna, la mia bocca è una casa piena di candide colonne d'avorio; ho un occhio solo, ma un occhio solo ha il sole. Sono peloso? ma l'albero senza le foglie non vale niente, e niente vale il cavallo senza criniera. Vieni dunque nel mio antro: c'è un letto di pelli di leoni, c'è latte quanto ne vuoi, ri­cotte, caci, agnelli. Ho anche due orsacchiotti addomesticati, e come tu entrerai essi ti baceranno i piedi di regina. Vieni, o Galatea!

Galatea per tutta risposta rideva e danzava sulle onde:

- Come posso amarti, o Polifemo? diventa prima bello come Aci. Sai tu chi è Aci? È il pastore più bello della Sicilia, e io l'amo più degli occhi miei! È gentile come un raggio di sole, è fine come un ramo di salice. Oh, come è bello! come è dolce! La sua bocca è come il miele, i suoi baci sono come il vino!

- Guai! - urlava terribilmente il Ciclope, levando il pugno minac­cioso - guai, o Galatea, al tuo Aci! Io lo brucerò del fuoco che mi di­vora. Fa' che non mi capiti sotto, ch'io te lo farò a brani e così tu lo avrai per sempre nel mare!

Ma Aci e Galatea si ridevano delle minacce di Polifemo, e si ama­vano sulla riva e nei boschi, dietro gli scogli e negli antri, felici e di­mentichi di tutto.

Un giorno che Polifemo gemeva e smaniava di amore, essi dietro un macigno abbracciati lo stavano a guardare, ridendo; ma li udì Poli­femo, e voltatesi, strappò uno scoglio e lo lanciò contro di essi atterriti. Galatea fu pronta a guizzare nel mare, ma Aci restò miseramente schiacciato: le sue cervella schizzarono alto nel ciclo e il sangue spic­ciando dal corpo in frantumi formò un ruscello che ancor oggi scorre nel mare e ha il suo nome.