ALMANACCO PER IL POPOLO SICILIANO

Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno, Roma, 1924

 

 

 "E vengono in mente i villani di Francesco Lanza, che con amara allegria ne descrive i caratteri, ma inquadrandoli sempre in un mondo in cui l’unica cosa certa – per il contadino – è il sudore della fronte" (Matteo Collura)

 

 

AVVERTENZA

 

Questo Almanacco vuol essere libro d'ogni giorno del nostro con­tadino; e perciò tanta parte vi è data alla fantasia, e naturalmente alla folkloristica.

Le ragioni pedagogiche sono ovvie: per arrivare all'anima di quel singolare lettore che è il contadino, s'è cercato sempre di interessare e di avvincere la sua attenzione.

II contadino siciliano si affeziona soltanto alle cose che parlano alla sua fantasia; e ne fan fede i suoi motti, le sue leggende, i suoi canti, la sua vita cotidiana. Bisogna insomma che ogni cosa, anche la più trita e continua, assuma ai suoi occhi un immediato valore poetico. La vanga gli fiorisce in mano come il tronco di palma a San Cristoforo.

Il libro, s'intende, non è definitivo. Poiché il tempo stringeva, mol­to s'è dovuto tralasciare, specialmente per ciò che riguarda le notizie utili, igieniche e le storie di Cavalleria. A ciò si riparerà nelle future edizioni; e fin da ora si accettano e si sollecitano consigli e suggerimen­ti. Molto anche v'è da limare e da rifare.

Al lettore scaltro appariranno subito le fonti: Esiodo, Virgilio, Ovidio, Fazello, Pitrè, Meli, l'Enciclopedia Agraria del Cantoni, e per le notizie geografiche la bellissima guida del Touring Club Italiano.

Molto ci giovarono nell'opera amici e contadini: e qua si ringra­ziano.

 

 

ANNO NUOVO

 

Non t'aspettare dal nuovo anno grandi cose. Sarà del tutto eguale agli altri anni passati: tu bagnerai del tuo sudore la terra e ne avrai pane.

Le stelle e i pianeti seguono nel cielo sempre la medesima via.

Non bisogna chiedere all'avvenire grazie impossibili. Soltanto è beato chi è puro di cuore, e chi è contento del suo stato è ricco. Il primo dovere dell'uomo è di migliorare la propria anima. Si dice che tutti i giorni si rassomigliano l'un l'altro, per significare che sempre la vita è lavoro; ed anche che il martedì non è lunedì, per significare che ogni opera ha la sua vicenda.

Anno nuovo, vita nuova. Se fosti pazzo, hai da essere savio; se il tuo cuore fu macchiato di ruggine, ora sia terso. Il vomere non si lascia nel fango.

Il buon giorno si vede dal mattino, e il buon lavoratore dalle sue mani. È il sudore che fa la fronte dell'uomo onorata. Non lamentarti della tua sorte, e che non muti. Beato è chi vive del suo lavoro, e non desidera di fare il passo più lungo della gamba.

Prendi dal passato insegnamento per l'avvenire: correggiti, ove mancasti; riguadagna ciò che perdesti.

Pensa sempre per il domani, che esso te lo ricambia.

Fa' in modo d'essere a sera contento della tua giornata: il tuo anno è tutto nelle tue opere.

 

 

IL VERNO

 

II verno fa più dura la vita del contadino. All'acqua e al vento egli deve dare opera e senno alla terra. Per mietere a giugno bisogna suda­re a gennaio.

Compiute le semine e la raccolta delle ulive, continuano i bisogni della campagna. Si colgono gli agrumi, ultimo e primo vanto dell'anno, e gli alberi e la vigna voglion cure e amore. Bisogna pensare ai vivai, al­le piantagioni e agli innesti.

La maggior parte del tempo gli animali restano nella stalla, e assai costa il loro governo e il mangime. È il tempo che le femmine figliano, e nelle masserie si accagliano in gran copia caci e ricotte. Si cura intan­to lo stallatico, di cui la terra s'ingrassa e prospera. Appaiono gli uccel­li di passo. Senti tra le canne dei fiumi squittinir le gallinelle d'acqua e tra gli olivi fischiare il tordo; la beccaccia ti vola di tra i piedi nei giorni di nebbia, e le gru s'allungano nel cielo fosco.

Il cattivo tempo non ha fine, e il pane sa più amaro.

Ma non disperare: la terra fiorirà del tuo sudore.

 

 

 

 

 

GENNAIO

 

Gennaio ha da essere secco se dicembre fu ricco di pioggie. Nell'u­mida zolla il seme già mise le barbe, e fuori germoglia. Verzica il primo grano, e la fava s'infoglia.

È il mese delle nebbie e delle nevi. Le montagne intorno hanno il cappuccio e a un raggio di sole brillano rosee.

Dura è la vanga; che il freddo fa cascare le mani dal manico; ma bi­sogna dar la prima zappa alle fave. Si pota la vigna, e intanto si tagliano e s'appuntano i pali. L'ultimo olio geme dai torchi, e il Calabrese affila l'accetta per la rimonda. Si preparano i vivai e si trapiantano gli arbo­scelli. Il villano accorto già appronta la pece per gli innesti, e le barba­telle per la nuova vigna.

In casa si racconciano gli strumenti e si ripongono i vomeri; e nelle giornate d'acqua o di gran freddo dolce è starsene coi piedi al fuoco narrando storie del tempo passato o facendo pronostici per l'avvenire.

Il buon gennaio fa ricco il massaio.

(Gennaio potatore, disegno inedito di Santi D’Amico, concittadino e amico di Francesco Lanza, ispirato dalle presenti pagine dell’Almanacco)

 

 

DAL VANGELO

 

  1. Le beatitudini

 

Gesù, vedendo la folla, salì sulla Montagna; e, postosi a sedere, co­sì cominciò a parlare:

- Beati i poveri, perché di loro è il regno dei cicli.

- Beati i mansueti, perché possederanno la terra.

- Beati quelli che piangono, perché saranno consolati.

- Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

- Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

- Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

- Beati gli amanti della pace, perché saranno chiamati figliuoli di Dio.

- Beati i perseguitati per amor della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.

 

 

  1. La preghiera

 

Disse ancora Gesù:

- E quando pregate, non siate come gli ipocriti, i quali amano pre­gare a gran voce e agli angoli delle piazze per essere notati dagli uomi­ni. Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta, serrane l'uscio, e prega il Padre tuo che è presente nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

E quando pregate, non usate tante parole come fanno i pagani, che si figurano di essere esauditi per la quantità e il rumore delle loro paro­le. Non li imitate dunque; perché il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima che glielo chiediate. Voi dunque pregate così:

- Padre nostro che sei nei cicli, sia santificato il tuo nome;

- venga il tuo Regno; sia fatta la tua volontà come in ciclo, così in terra.

- Dacci oggi il nostro pane cotidiano;

- rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri de­bitori;

- non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male; e così sia.

 

 

IL LIBRO

 

Ama il libro; che t'insegna a leggere e parla al tuo cuore. Se sai leg­gere, hai quattro occhi; eri orbo, e hai la vista.

Il libro ti fa bella compagnia: è un uomo vivo, è una donna viva; è come un fratello tuo che ha visto il mondo e ti narra le sue cose e la sua ventura.

Tienlo caro: un libro non si legge una sola volta, ma si ripiglia; e quando l'hai letto tu, lo leggono i tuoi figli.

Non fermarti soltanto alla forma esteriore; ma guarda bene a ciò che è scritto dentro, a ciò che è scritto per la tua anima.

Il libro è l'amico dell'anima.

 

 

LA SICILIA

 

La Sicilia è un'isola a forma di triangolo scaleno, circondata da tre mari: il Tirreno, lo Ionio, l'Africano.

Le punte del triangolo fanno tre promontori: quello a levante è detto Peloro, quello a mezzodì Pachino, quello ad occidente Lilibeo.

La Sicilia è figlia del fuoco e dell'acqua. È divisa dall'Italia dallo stretto di Messina.

La Sicilia è una parte dell'Italia.

In Italia tu sei siciliano e devi esserlo, perché così vogliono i tuoi costumi, il tuo dialetto, e i tuoi obblighi alla terra ove prima vedesti il sole e le stelle.

Anche tu devi contribuire al miglioramento della Sicilia: essa ha bi­sogno dell'opera di tutti i suoi figli. Non essere tu solo un figliuolo in­grato.

Ma fuori dell'Italia tu non sei altro che italiano.

Ricordatelo: la tua patria è l'Italia.

Tu sei siciliano perché italiano.

 

 

ARISTEO

 

I nostri primi antichissimi padri, ch'eran semplici e rozzi, non sa­pevano trarre profitto di nulla, e vivevano alla ventura, cibandosi come potevano. Essi non pensavano neppure quanta ricchezza c'era nelle campagne e nei boschi per cui vagavano, sempre in lotta con le bestie feroci.

Non conoscevano l'agricoltura e la pastorizia, e così le altre arti e i commerci, e lasciavano ogni cosa allo stato selvaggio.

Ma allora gli dei mandarono nella nostra isola un uomo chiamato Aristeo, il quale aveva viaggiato da per tutto e conosceva le usanze d'o­gni popolo, ed era inspirato dalle forze celesti.

Egli aveva in un sacchetto alcuni chicchi di grano, e insegnò ai no­stri padri il loro uso e la maniera di farli fruttare.

Insegnò come si pianta l'ulivo e s'innesta, e come quindi se ne trae il dolce olio di cui si condiscono i cibi e le lampade brillano; come si spreme il vino dai grappoli, e il miele dalle bresche; e tutte le maniere di coltivare la terra e di far rendere gli alberi.

I nostri padri misero in pratica i suoi insegnamenti: conobbero il pane ch'è il cibo dell'uomo e lodarono Iddio; e presto diventarono maestri in ogni arte, avanzando tutti gli altri popoli, sia nell'agricoltura che nella pastorizia.

Dai pochi chicchi lasciati loro da Aristeo, essi ne ottennero tanti in pochi anni da riempire tutta l'isola e da mandarne altrove in abbon­danza, sicché la Sicilia fu detta il granaio d'Italia.

 

 

I MOTTI

 

Anno di neve, anno di bene.

Pota a gennaio, zappa a febbraio.

Gennaio fa gli agnelli, e febbraio le pelli.

Chiaranzana d'inverno, diavolo d'inferno.

Pianta a suo tempo e non sarai mai scontento.

La montagna fa il bestiame.

La vigna dura quanto vuole il padrone.

Zappa di gennaio empie il granaio.

La presenza è potenza.

 

 

L’AMORE DELLA MADRE

 

L'amore della madre è più d'ogni cosa.

Che non farebbe tua madre per te?

Il fuoco stesso non la brucerebbe.

Ti nudrì del suo sangue, ti fece della sua carne.

Quando tu uscisti dal suo ventre dandole atroce dolore, ella ti dis­se, sentendoti vagire: - figlio mio, t'ho fatto male?

 

 
LA LUNA

 

 

Luna Piena (L. P.) Primo Quarto (P. Q.) Luna Nuova (L. N.)  Ultimo Quarto (U. Q.)

 

La luna serve al contadino per conoscere il tempo: quando fa la lu­na fa il tempo.

Al primo quarto o a quintadecima cade la mutazione. La luna col cerchio in testa dice acqua; se il cerchio è più grande due volte, acqua evento alla grossa. Cerchio rosso, vento mosso.

Si dice anche: luna pendente, acqua niente; luna barcalora, l'acqua è già fôra.

 

 

GLAUCO

 

Glauco era un pescatore di Messina.

Quand'egli buttava a mare le reti, le ritraeva tosto piene di pesca miracolosa. Le sirene erano innamorate di lui ch'era bello come un Dio, e correvano a frotta alla riva per vederlo e ammaliarlo coi loro canti. Ma egli amava la bianca Scilla.

Ora un giorno, tratta una rete, egli la versò, come era solito fare, sul prato; ma appena i pesci toccarono l'erba guizzarono via e con un salto si rituffarono in mare. Trattane un'altra, gli avvenne la stessa cosa di prima. Meravigliato, volle provare che virtù avesse quell'erba, e se ne portò un ciuffo alla bocca. Ma ne aveva appena sentito il sapore che tutto gelò, e subito trasformato in pesce si tuffò anche lui in mare. E così cadde nel dominio delle sirene.

 

 

GIOVANNI VERGA

 

Sappiate, o contadini, che una volta visse in questa nostra benedet­ta terra un uomo chiamato Giovanni Verga. Fino a poco tempo fa, chi andava a Catania poteva vederlo seduto dinanzi al casino dei nobili, una gamba a cavallo dell'altra, gli occhi lucenti come un innamorato, i capelli tutti bianchi: aveva ottant'anni.

Da fanciullo, per fuggire il colera che faceva strage, si riparò a Vizzini, patria dei suoi antichi; e là conobbe la campagna, opera bella del Signore, e l'amò. Fu compagno di Jeli il pastore, di cui più tardi si ri­cordò e ne scrisse la pietosa storia; gli insegnarono quelli della Cavalle­ria Rusticana, cumpà Turiddu Macca, comare Lola la bella, compare Alfio il carrettiere; e seppe che c'era anche stato un uomo con le mani mangiate dalla calcina, che a furia di lavorare come un asino senza mai risparmiarsi, all'acqua e al sole, s'era fatta tanta roba da non saperla più nemmeno lui, e aveva avuto nome mastro don Gesualdo.

Queste cose gli restarono impresse nella memoria; e tante altre che vedeva passando per la piana di Catania, dove la malaria ammazza me­glio delle schioppettate, e il pane è duro a guadagnarsi, e la morte quando viene è più dolce della vita senza speranza e conforto.

Fattosi grande, se ne andò fuorivia dove la vita è tutta voluttà e va­nità, dove solo chi ha denari è ricco, dove le donne tentano il cuore de­gli uomini, e altra fatica non hanno che perdere il tempo. Di esse egli scrisse in suoi romanzi acquistandosi grande fama fra la gente vana.

Ma a lungo andare il cuore gli doleva di quella vita senz'altro scopo se non l'ansia dello svago. Si ricordò che altrove si penava duramente per un pezzo di pane, col solo piacere di buttarsi a dormire la notte sulla nuda terra, come i cani; e le donne sono anche esse bestie da fati­ca, mangiate vive dai pensieri della casa e dei figli.

Gli tornarono alla mente Jeli il pastore, mastro don Gesualdo, la campagna di Vizzini, la piana di Catania, il biviere di Lentini carico di malaria, e tutte le creature penanti che gli erano passate sott'occhio, bambino.

Lasciò la città, lasciò i vani piaceri, e tornò nella nostra terra; e qui si convinse sempre più che solo nella vita dei poveri e dei disgraziati è davvero la voce del Signore; che il dolore degli umili merita più rispet­to e amore, che non tutte le gioie dei grandi e dei felici.

Trovandosi in un paesello sul mare vicino Catania - ad Aci Trezza - finalmente s'accorse di quante lacrime è fatto il pane della povera gente, di quanto sudore, di quanto sangue gettato alla cattiva fortuna.

D'allora in poi il suo cuore fu tutto dedicato agli umili, e come pri­ma aveva fatto per le farfalle delle città, di essi scrisse i dolori e gli af­fanni; le poche gioie e le lacrime amare.

Di quel paesello sul mare narrò tutte le vicende; e le sciagure d'una famiglia di pescatori, coi suoi morti, i suoi vivi, e quelli buttati alla ven­tura; e ne fece un libro bello e santo, intitolato I Malavoglia.

Tant'altre furono le sue storie, e in ognuna di esse c'è sempre un pezzo del cuore del nostro contadino; di quelli che sudano e penano per campare la vita, e scompaiono senza aver mai vinto la sorte nemica.

Per questo egli è grande, e per questo è necessario che voi, o conta­dini, ricordiate il suo nome.

 

 

SUPERFICIE E POPOLAZIONE DELLA SICILIA

 

La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo, e la più impor­tante.

Essa ha una superficie di 25.740 chilometri quadrati e una popola­zione di circa 4 milioni di abitanti, con una media di 142 per chilome­tro quadrato.

La popolazione è più densa lungo la costa, ove sono grandi città e paesi fiorenti di industrie e commerci; meno negli altipiani infestati dalla malaria. Assai popoloso è l'interno, ove sulle alture e sui dorsi dei monti sorgono importanti centri agricoli.

Circa la metà della popolazione è dedita all'agricoltura, principale sorgente di ricchezza di tutta l'isola; l'altra metà si dedica con varie proporzioni all'estrazione dello zolfo, alla pesca e alle industrie di cui ora si comincia a notare un relativo sviluppo.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

 

Assideramento e congelamento

 

L'azione intensa del freddo su tutto il corpo può dar luogo a conge­lamento o ad assideramento. Ne vanno soggetti gli individui costretti a star lungamente immobili in ambienti freddi; i viandanti colti da tem­peste di neve, quelli che dormono all'aperto o in locali male riparati, durante l'inverno.

Le parti congelate sono generalmente le estremità e gli arti scoperti (mani, piedi, naso, orecchie). Esse diventano fredde, livide e la pelle intorno assume un calore cadaverico. In casi gravi esse possono cadere per cancrena.

Più grave è l'assideramento, e se presto non si interviene con ac­conci rimedi può anche avvenire la morte. Il paziente ha le estremità li­vide e fredde, e la respirazione e i battiti del cuore poco sensibili. Biso­gna perciò cercare di richiamare subito in vita l'assiderato.

Lo si trasporti in locale non caldo, e denudatelo lo si strofini con neve e panni bagnati.

Non appena la circolazione del sangue accenni a ricominciare, si strofinino le membra con panni asciutti e poi caldi. Il passaggio dal freddo al caldo dev'essere graduale. Non appena il paziente rinviene, lo si rianimi con bevande calde ed eccitanti (rhum, cognac).

In caso di congelamento si osservino le stesse norme, dopo si co­prano le parti con panni spalmati d'olio e d'unguento (per esempio d'alloro).

 

Disinfezioni

 

Non usare vestimenti che furono d'ammalati contagiosi. Brucia quelli usati già da tisici. Non abitare ambienti malsani o infettati. Dove sai che ci furono dei morbi disinfetta in abbondanza: così salverai la tua salute e quella dei tuoi cari.

Disinfezioni facili e sicure per gli abiti e gli oggetti d'uso sono la bol­litura per un quarto d'ora, l'immersione nel sublimato all'1 per cento, o in una soluzione di sapone verde con cinque grammi di acido fenico.

Per disinfettare stanze, stalle, cantine, luoghi infetti, oltre ai lavaggi con sublimato, creolina, acido fenico, si può usare latte di calce, avendo cura di non spruzzarsene gli occhi.

Altri disinfettanti sono il sole, la battitura, i fumi di zolfo, di legno, le polverizzazioni di acido fenico.

 

 

  AGOSTO

 

 

 

 

 

Finisce la trebbiatura, e l'estate giunta al suo culmine lentamente decade.

Il villano, tutto bruciato, lascia la falce e il tridente, e riprende la vanga che mise da canto.

Col nuovo raccolto si pagano i debiti contratti al tempo delle se­menti; e qualcosa resta da mettere da parte per i bisogni che non si sanno. In agosto ricomincia l'inverno.

La campagna che si credeva lasciata, tosto bisogna riprenderla. La terra non si stanca, e sempre pretende. Ogni giorno ha la sua piccola fatica: qua un albero o una conca, là una siepe o un fosso.

D'un tratto nerica l'uva, come se qualcuno passando si divertisse a imbrattarla. Se hai tempo, utile è ancora zappare la vigna, e ripetere i lavaggi.

Si ritorna, dopo tanto sole, a domandare l'acqua, che rinfreschi la terra arsa, e dia umore agli alberi che non ne ebbero, e ne hanno bi­sogno.

Acqua d’agosto, olio, miele e mosto.

 

(Agosto raccoglitore, disegno inedito di Santi D’Amico)

 

VITA DI SAN CRISTOFORO

 

 

In un lontano paese chiamato la Licia visse una volta un pagano di nome Reprebo, che significa grande. Egli era infatti un gigante alto quanto una quercia, gagliardo come un toro, ardito e feroce. Viveva di caccia e di rapina, terrore alle bestie dei boschi e agli uomini della con­trada. Con una mano sradicava un pino; squartava i lupi e i leoni come ranocchie, e così tutti gli uomini che gli capitavano sotto.

I lupi come sentivano il suo passo scappavano, i viandanti si na­scondevano atterriti, ed egli passava schiamazzando e ridendo.

Essendo il più forte di tutti, la sua forza gli venne a noia, e per­ciò decise di mettersi al servizio del più potente re della terra. Saputo che costui era l'imperatore Filippo di Siria, si presentò a lui e così gli si volse:

- È vero che tu sei il più potente re della terra?

L'imperatore lo squadrò dalla testa ai piedi, e accigliato gli do­mandò:

- Perché vuoi saperlo?

- Perché se così è, io voglio servirti.

- Allora servimi!

Da quel giorno Reprebo lo servì come un cane, e compì per lui me­ravigliose prodezze. Ma un giorno che banchettavano allegramente, uno dei capitani bestemmiò il Diavolo: l'imperatore si fece terreo in volto, e urlò:

- Chi ha osato bestemmiare il Diavolo? Chi l'ha osato, muoia!

II capitano che aveva bestemmiato fu subitamente ucciso.

- Perche l'hai fatto uccidere? - chiese meravigliato Reprebo. - E perché hai tremato sentendo nominare quel coso chiamato Diavolo? Hai dunque paura di lui?

- Come vuoi ch'io non abbia paura? - rispose l'imperatore. - Non sai che Egli è mio e tuo padrone; e padrone del mondo?

- Dunque non è vero che tu sei il più forte della terra?

- Come posso esserlo? Egli è il più forte di tutti.

- Ebbene - disse Reprebo - io dovrei punirti perché tu mi hai mentito. Ma a che prò ucciderti, se tu non sei nulla? Io dunque me ne vado a servire il Diavolo !

L'imperatore gli mandò dietro una frotta di soldati perché lo arre­stassero; ma egli roteando un tronco di quercia li schiacciò tutti come scarafaggi e li disperse.

Se ne andò di qua e di là cercando sempre il Diavolo per servirlo, e un giorno finalmente se lo vide spuntare dinanzi. Aveva zoccoli di bronzo, coda attorcigliata come porco, e sulla fronte due corna che buttavano fiamme.

- Reprebo! - egli chiamò - tu mi hai cercato: eccomi! Ora vieni con me, e servimi!

- Prima di tutto - disse Reprebo, guardandolo senza paura negli occhi - dimmi se è vero che tu sei il più potente della terra.

- Il più potente? Ebbene: guarda! - e così dicendo batté uno zoc­colo sulla rena, e d'un tratto tutta la terra tremò: s'aprì una voragine e lingue di fuoco saettarono il ciclo.

Un branco di demoni fischiando e sghignazzando apparve agli oc­chi di Reprebo.

- Ci credi dunque? - domandò il Diavolo. - Se vuoi altre prove io ti ridurrò in polvere questa pallottola che voi uomini chiamate la terra; strapperò le stelle dal firmamento e le butterò come sassi ai passerotti.

- Se tu puoi questo - disse Reprebo - io sono pronto a servirti. Andiamo!

Andarono insieme lungamente, e Reprebo per ordine del Diavolo compì assassini, ladrocini e violenze d'ogni sorta. Dove passavano en­trambi le stesse erbe seccavano, la vita moriva, le pietre emettevano fiamme.

Ma un giorno, attraversando un deserto, videro venirsi incontro una grande croce di legno. Il Diavolo, che era avanti, voltò rapidamen­te il cavallo, e fuggì a briglia sciolta urlando di rabbia, avvolto in un nugolo di fumo. Stupito, Reprebo lo inseguì, e raggiuntolo dopo lungo correre, rattenne forte il cavallo per la criniera.

- Perché fuggì? - domandò.

- Lasciami! - ruggì il Diavolo con la schiuma alla bocca. - Lascia­mi, se non vuoi ch'io ti parvifichi, e seguimi senza fiatare!

- Prima - gridò Reprebo, tenendo sempre il cavallo che schizzava faville dalle narici e dagli zoccoli - prima devi dirmi perché hai paura, e di chi. Che cosa dunque ti spaventa così?

- La Croce! - sibilò il Diavolo - Quei due legni incrociati che ci sono apparsi nel deserto.

- E tu hai paura di due pezzi di legno: tu il più potente dell'uni­verso?

- La Croce! - ruggì ancora il Diavolo, eruttando furore da ogni parte - la Croce del Cristo è più potente di me. Quand'ella mi appa­re io non posso più niente, e devo fuggire come un vile ladrone; inva­no l'ho combattuta: sempre m'ha vinto. Speravo d'averla finita una buona volta per sempre con Cristo, facendolo inchiodare sulla Croce, ma Egli discese all'Inferno, ruppe le mie porte e rinnovò per sempre la mia schiavitù. Quand'Egli mi appare col segno Suo, la Croce, io so­no perduto.

- E chi è questo Cristo? - domandò ansioso Reprebo.

- Egli è il Dio dell'universo.

- Non c'è un Dio più forte di lui?     

- Nessuno. Il più forte, l'unico è Lui!

- Allora — esclamò minaccioso Reprebo — perché tu mi hai ingan­nato? Perché ti sei fatto servire da me se tu non eri il più forte del mondo! Vattene! io ti disprezzo. Io voglio servire il Cristo.

- Ah ah ! — sghignazzò furibondo il Diavolo — tu vuoi servire il Cri­sto? Ma non hai pensato ch'io posso ridurti in cenere? - e così dicendo alzò il braccio per incenerirlo.

Ma Reprebo, ricordandosi di ciò che aveva visto poco prima, mise le mani a forma di croce, e tosto con orribile bestemmia il Diavolo fuggì, lasciandosi dietro una voragine di fuoco.

- Ecco — disse tra sé il gigante — che una semplice croce ha vinto il Diavolo che nessuno potè mai vincere. Dunque io devo servire la Cro­ce, cioè Cristo; perché certamente nessuno è più forte del Cristo. An­diamo!

Da quel giorno se ne andò vagando per ogni parte della terra, chie­dendo a chi incontrava ove mai si trovasse il Cristo, ma nessuno sapeva dargli risposta, perché nessuno allora conosceva il vero Dio.

Giunto alfine sulla riva d'un fiume, vide una capanna di frasche e fango, e sulla porta un Santo Eremita, tutto magro dai lunghi digiuni e dalle continue preghiere.

- Chi sei tu? — domandò Reprebo.

- Io sono Cucufato, servo di Cristo.

- Tu servo di Cristo? Tu dunque conosci il Cristo?

- O se lo conosco! Egli è il mio Dio, e il Dio del ciclo e della terra.

- Allora insegnami senza perder tempo ov'egli si trova, perché io voglio servirlo. È tanto tempo che lo cerco! Il Santo Eremita sorrise:

- Egli si trova dovunque. Egli è sempre dove tu lo cerchi.

- Dove io l'ho cercato non l'ho mai visto - interruppe Reprebo. -Insegnami meglio a trovarlo.

- Per trovarlo - disse San Cucufato - bisogna aver fede in Lui.

- E come?

- Amandolo e servendolo!

Il gigante scrollò contento le spalle:

- Ma io lo cerco proprio per questo, per amarlo e servirlo, come un cane! Egli è il mio Signore, perché è il più forte di tutti. Ma è pro­prio vero che Egli è il più forte, e che nessuno può eguagliarlo?

- Ah Reprebo, Reprebo! - esclamò l'Eremita - e non lo sai tu stes­so? non l'hai tu stesso provato? Guardati intorno: tutto è opera Sua, il ciclo e il fuscello d'erba che tu hai sotto i piedi, il tuono e il sereno; la montagna che tocca le stelle e il verme che striscia nascosto. Tu stesso non sei opera Sua? Non t'ha Egli fatto per essere da te glorificato? Non hai visto come Satana fuggiva al segno Suo, la Croce?

Il viso di Reprebo raggiava di gioia:

- Ebbene, io lo voglio subito servire, senza perderci in chiacchie­re. Dimmi cosa devo fare.

- Prima tu sei stato il servo del Male, ora tu sarai il servo del Bene. Così solo potrai guadagnare Cristo.

- Per vederlo io farò ciò che tu vorrai. Vuoi ch'io estirpi dalla ter­ra le bestie feroci; ch'io svuoti il mare; ch'io uccida lo stesso Satana?

- Il Signore non vuole l'impossibile dai suoi servi. Egli pretende poco, e da ognuno secondo le proprie forze. Chi sa pregare, preghi; chi sa operare, operi. Tu che hai buone spalle e grande forza, mettiti qui sulla riva del fiume ove il ponte è crollato, e porta all'altra sponda chi vuoi passarlo. Io ti andrò intanto istruendo nelle cose di Cristo, e giorno verrà che tu lo vedrai in tutta la sua gloria.

- È troppo poco - borbottò scontento Reprebo che s'aspettava chissà quali fatiche; ma poiché bisognava obbedire, obbedì. ,

Scerpato un grosso tronco di palma se ne fece un bastone; e chiun­que si presentava, egli lo passava sulle spalle all'altra parte, fendendo allegro la pericolosa corrente. Era con tutti umile e lieto, egli che aveva squartato i lupi e i leoni, e che con un pugno schiacciava un uomo. Se qualcuno gli dava un obolo in pagamento, lo buttava ridendo nelle ac­que, perché faceva ciò in servizio di Cristo suo Signore, per la sola spe­ranza di vederlo. Si cibava senza lamentarsi, mentre meglio gli sarebbe voluto un bue intero, di dàttoli e d'erbe, come vedeva fare al Santo Eremita, e intanto si veniva rapidamente istruendo nelle cose della reli­gione e nei misteri del Cristo.

Ciò durò assai tempo. Una notte infine che il ciclo era scuro, e lon­tano minacciava, Reprebo sentì all'altra riva piangere un bambino. Me­ravigliato, si fece sulla porta e ascoltò: la voce lo chiamò tre volte per nome:

- Reprebo! Reprebo! Reprebo! perché non vieni a prendermi, ch'io non posso passare?

Un fulmine in quel punto squarciò il ciclo nero come la pece, e un tuono spaventoso rotolò fra le nubi facendo tremare la terra. Reprebo si buttò nel fiume, e fu tosto all'altra riva ove credeva trovare il bambi­no; ma cerca e ricerca, chiama e richiama, il bambino non c'era più. In una sosta del vento lo sentì gemere un miglio lontano; corsovi, la tene­ra vocina come un belato d'agnello gemeva al posto di prima; e quan­do fu qua, la voce di nuovo era là; e così tante volte sempre con lo stes­so risultato. Stanco alfine, temendo che non fosse opera di Satana suo nemico, fattasi la croce egli stava per ripassare il fiume; ma chinati gli occhi, si vide tra i piedi un meraviglioso bambino, biondo e ricciuto, che diceva con pietosa voce:

- Perché dunque, o Reprebo, non vuoi passarmi all'altra riva?

- Credevo - rispose il gigante, incantato di vederlo così bello -che fosse Satana, il mio nemico che sempre cerca di nuocermi. Ma tu sei certamente un angiolello caduto dal ciclo. Vieni qua, ch'io ti porto.

Così dicendo se lo caricò sulle spalle, e appoggiandosi al tronco di palma entrò nelle acque. Subitamente il temporale si scatenò in tutta la sua furia; il fiume si gonfiò orribilmente, e Reprebo col suo carico fu sul punto d'essere travolto. A un tratto egli sentì che quel bambino lieve come una piuma si faceva pesante come una montagna. Il tronco di palma gli si torse in mano scricchiolando, ed egli stesso si piegava in giù come un arco. A metà del fiume la lena gli mancò; atterrito, fa­cendo quanta più forza poteva, alzò il viso al bambino, e chiese sbuf­fando:

- Il mondo porto che son così franto? Una voce celeste rispose:

- Giusto dicesti, Cristoforo Santo, che porti Cristo con tutto lo mondo!

A queste parole il temporale passò; il ciclo rifiorì a grappoli le stel­le, e una splendente luce circondò il Divino Bambino che reggeva nella sua piccola mano il globo terrestre.

Reprebo sentì centuplicarsi le forze; il peso sulle sue spalle tornò lieve come una piuma, e il secco tronco di palma improvvisamente gli fiorì e fece i dàttoli. Toccata a due passi la riva, depose il Bambino, e piangendo e ridendo di gioia senza mai fine lo adorò.

- Tu sei il Cristo! — gridava — tu sei il Signore di Reprebo, che co­mandi ai tuoni e vinci le saette!

- Alzati! - disse Gesù - e ascoltami: Tu non sei più Reprebo, ma Cristoforo che significa portatore di Cristo. E da oggi in poi tu sei en­trato nella mia grazia, e votato alla mia gloria. Vattene per ogni dove, e annuncia il Verbo di Cristo.

Così dicendo sparì in un globo di luce.

E Cristoforo, ricevuto finalmente il battesimo, se ne andò per il mondo a predicare la parola di Nostro Signore Gesù Cristo; finché non ebbe anche lui il santo martirio.

 

 

L’ARCOBALENO

 

Quando l'arcobaleno spunta all'orizzonte come un gran ponte nel ciclo, il tempo si sgrava e torna il sereno.

Il sole rompe le nubi, e lucido brilla, e la terra tutta umida d'acqua ride dei sette colori.

 

 

L’ANTICA SICILIA

 

Anticamente la Sicilia fu splendida e ricca.

La sua civiltà superava quella degli altri popoli mediterranei, e non aveva nulla da invidiare a quella di Atene e di Roma.

Nelle sue città fiorivano meravigliosamente le arti e i commerci, e ai suoi porti passavano gli scambi di tutto il mondo.

Città famose nel periodo greco-romano furono Siracusa, Agrigento (Girgenti), Catana (Catania), Messana (Messina), Panormo (Palermo), Drepanum (Trapani), Segesta, Solunto, Imera, Tindari, Enna (Castrogiovanni).

Di alcune di esse oggi non resta più che il solo nome, e qualche ru­dere che può a stento darci l'idea della passata grandezza; altre resi­stendo ai secoli tuttora splendono, ricche di storia e di civiltà, e sono le più belle dell'isola.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

 

Punture di insetti

Durante i lavori agricoli, per la raccolta dei frutti e la vendemmia, tu sei esposto alle punture di insetti di ogni specie, api, vespe, calabroni, ragni, scorpioni, che talvolta possono anche riuscire di grave danno e procurare la morte.

Le punture più comuni, alle quali tu sei più abituato, sono quelle delle vespe, delle api e dei calabroni. Esse producono generalmente dei disturbi più o meno leggeri, gonfiore della pelle, vivo arrossamento e dolore acuto. In questi casi basta applicare bagnuoli freddi, olio o anche sugo di cavoli contro il dolore e la tumefazione; e per il resto ar­marsi di pazienza e attendere che il tempo provveda al resto.

Si possono avere avvelenamenti più gravi, seguiti anche da morte, se le punture sono molteplici, dovute ad un intero sciame che ti si av­venti contro furioso, come quando incauto ti diverti a molestare arnie, bresche, vespai, celle.

Allora dopo i consueti fenomeni locali, sopravvengono sudori vi­scosi e freddi, senso di debolezza, vertigini, tremore, convulsioni, an­sietà allo stomaco, freddo ai piedi e alle mani.

In questi casi bisogna intervenire subito ed energicamente. Si cer­chi dapprima di estrarre i pungiglioni, e di promuovere l'emorragia per scacciare il veleno. Si facciano i soliti bagnuoli freddi; contro il do­lore di testa si applichino cataplasmi di melma; per la prostrazione si diano eccitanti, vino caldo, ruhm, caffè; per l'eliminazione del veleno si provochino con infusi e bevande abbondanti sudori.

I morsi dei ragni non danno avvelenamenti di grave importanza. Non è vero che essi cagionino fenomeni nervosi, come il tarantismo o ballo della tarantola. In ogni modo, appena accertata una morsicatura di ragno, si cerchi di provocare con l'emorragia l'uscita del veleno, si lavi quindi la ferita con acqua e qualche goccia d'ammoniaca. Si pro­vochino sudori abbondanti.

 

Avvelenamento per fosforo

I sintomi di avvelenamento per fosforo sono bruciori che dalla gola si estendono al ventre, nausee, rutti con odore d'aglio, vomito di mate­rie che al buio appaiono fosforescenti. Se t'accorgi presto del malanno, la miglior cura è al solito il vomito provocato.

Come rimedio si raccomanda il solfato di rame, 1 grammo sciolto in un bicchiere d'acqua da darsi in un'ora; un boccone alla volta.

 

Idrofobia (rabbia canina)

Se hai il sospetto che il tuo cane sia arrabbiato, uccidilo subito. La tua pietà sarebbe empia e dannosa a te e agli altri.

L'idrofobia è un male orrendo che si trasmette con la morsicatura o anche col semplice leccamento di ferite cutanee. Esso si sviluppa dopo 20 giorni fino a 60, e spesso più tardi ancora.

Dapprima il malato sente spossatezza, dolori di testa, angoscia, dif­ficoltà nell'inghiottire e nel parlare. Subito dopo vengono dolorose contrazioni nel bere, e anche al solo pensiero dell'acqua; la respirazio­ne si fa difficile e penosa, sopravviene il delirio, e il malato divenuto furioso può morsicare chi lo avvicina, e così trasmette il male.

Quando la malattia è dichiarata e in pieno sviluppo ogni cura è inutile, e il paziente è destinato a morire fra atroci sofferenze.

Le cure invece sono da apprestarsi d'urgenza appena è avvenuta la morsicatura d'un cane arrabbiato, o che si possa sospettar tale.

Allora, come per i morsi delle vipere, si cerchi subito di impedire la diffusione del veleno, e quindi di distruggerlo. Si facciano le solite legature compressive al di sopra della parte morsicata, e si favorisca l'emorragia, allargando la ferita con un coltello. Si lavi con acqua e sale e si bruci infine la ferita con un ferro rovente.

Ma non bisogna acquetarsi a questi soli rimedi; si faccia venire il medico e si provveda a mandare il paziente in un istituto antirabbico per la cura radicale del male.

 

AUTUNNO

 

 

Ecco l'autunno tutto grappoli e frutti, e odoroso di mosto.

La campagna lentamente si spoglia; fuggono gli uccelli che fecero lieta l'estate, e nel ciclo grigio veleggiano i corvi e le gru che sentono l'acqua.

I campi arati fumano, e la prima nebbia li fascia; e gli alberi nudi levano come scheletri le braccia.

Comincia la stagione piovosa, come vuole l'agricoltura. Cadono pioggerelle fine ad inzuppa-villano, e intanto i solchi e le zolle si vanno riempiendo di semi, che daran frutto alla nuova stagione.

Ogni tempo ritorna; e tu bene lo sai, che dal principio dell'anno al­la fine spargi il tuo sudore, e non conosci riposo.

Tutto ha dato la terra alle tue fatiche, e intanto nel suo seno fecon­do, prepara il pane futuro. Sia benedetta la terra, madre benefica, eter­na nutrice!

Si colgono i frutti d'inverno e si dispongono nei locali di conserva­zione; è il tempo delle nespole, delle castagne saporose, delle mele co­togne piene d'un nascosto aroma, degli agrumi, delle olive che man mano si gonfiano d'olio.

Prima che l'anno finisca si gusta il nuovo vino, allegrezza dei giorni di festa. Si fanno grandi partite di caccia, e di lepri, di conigli, di volpi riede carico a sera ogni cacciatore.

Cristo nasce mentre l'anno muore: augurio alla vita laboriosa dell’uomo; e nel ciclo gelato brillano le stelle.

Tu guarda sereno all'opra compiuta: se il tuo cuore è puro di mac­chia, bella è la vita.

 

 

 

 

OTTOBRE

 

É un mese affollato di grandi lavori: si vendemmia e si preparano i campi per le nuove sementi.

Nell'ultimo sole, biondo come l'oro, è festa alla vigna. Uomini e donne empiono di grappoli i canestri e stornellano d'amore, o cantano storie e contrasti. In­tanto le bestie vanno e vengono cariche, e, dove ancora il contadino non è stato sì previdente da introdurre le pigiatrici meccaniche nel palmento, tutti impiastricciati di mosto, i pigiatori ballano sull'uva. Si lavano le botti e vi si fanno suffumigi di zolfo: così il vino è sicuro dagli acidi.

S'imbotta il mosto; e dalla vinaccia con acqua si estrae il vinello, e il resto è ottimo mangime ai colombi e alle galline.

Dopo si spala la vigna e si sconcano ancora gli alberi per la concimazione.

Ai campi l'aratura è nel pieno, e anche, la zappa la­vora per la semina delle fave e degli altri legumi.

Non aver fretta a spicciarti, che il tempo è con te. Si dice: - se vuoi vincere il tuo vicino, buoi al passo e solco pieno.

Ci voglion acque abbondanti; il seme ha bisogno di trovare pastosa la terra; e se non è piovuto e non piove non sai come andrà la semina. Acqua prima e acqua dopo.

Si ritira il concime chimico; si rinnovano i contratti agrari; si prende a prestito il denaro occorrente per i lavori dell'annata.

Si fanno in questo mese altri vivai e piantonai, sce­gliendo bene i semi e le gemme, e curando il terreno. Si piantano gli alberi resistenti ai geli invernali: peri, ciliegi, meli, nei luoghi in cui l'inverno non sia rigido e ventoso.

 

 

LA SALUTE

 

La prima cosa è la salute: la salute è necessaria, la ricchezza è un sovrappiù.

Se non hai braccia da usare, non hai niente.

Mente sana, in corpo sano.

Cura la tua salute: non darti alle sregolatezze, ma ama il vivere ordinato e casto.

La tua casa se è povera non importa, ma sia sempre tersa come uno specchio: la sporcizia porta più mali che tu non immagini.

Lo sai come si dice? casa pulita, t'accresce la vita; e anche: - povero sì, sporco perché?

 

 

LA VENDEMMIA

 

Allegramenti si fa la vinnigna;

l'omu travagghia allegru e non si lagna,

forza e saluti n'otteni alla vigna,

cu' cchiù travagghia cchiù assai ni guadagna.

L'omu travagghiaturi non s'intigna,

campa letu e cuntentu cu la magna.

Cu' cerca trova, cu' voli s'insigna,

cu' sapi travagghiari assai guadagna.

 

(Ottobre vendemmiatore, disegno inedito di Santi D’Amico)

 

 

LE INDUSTRIE DELLA SICILIA

 

La Sicilia è una regione principalmente agricola. I suoi miti e le sue leggende, le canzoni e le storie, gli Dei e gli eroi, ogni cosa in Sicilia ha un principio agricolo.

Essa non ha avuto in passato nessuna grande industria. Le sue in­dustrie sono tutte moderne, e perciò ancora bambine.

La più importante è l'industria della estrazione e della lavorazione dello zolfo, che costituisce buona parte della ricchezza di due province: Girgenti e Caltanissetta, e che ora ha, di fronte al passato, migliori metodi tecnici. Il lavoro nelle miniere è divenuto più umano; più uma­ne sono le condizioni economiche e sanitarie dei solfatai. Molto a que­sto scopo ha giovato l'istituzione del Sindacato obbligatorio per gli in­fortuni degli operai delle miniere.

La Sicilia produceva fino al 1915 più di due milioni di tonnellate al­l'anno di zolfo, per un valore di circa trenta milioni di lire.

Di grande avvenire è l'industria degli agrumi, che vengono utilizza­ti per l'estrazione di essenze, o per la fabbricazione di agro crudo e cotto, di citrato di calcio e di acido citrico. Centri agrumari per l'estra­zione di derivati sono Messina, Catania, Palermo.

Povere sono le industrie del legname, dei trasporti, del caseificio.

Ricca è invece l’industria del vino, il cui emporio è il porto di Ripo­sto. Di fama mondiale sono i vini di Marsala, di Mascali, dell'Etna, i moscati di Siracusa e di Pantelleria, la malvasia di Lipari.

Industrie che molto permettono sono quelle della molitura, del pa­stificio, delle conserve di pomodoro in scatole.

Di grande importanza è la pesca: specialmente quella del tonno, di cui si hanno parecchie tonnare celebri come quelle di Trapani, Favignana, ecc.; delle sardelle e delle alici che salate e preparate in barili ven­gono pure esportate. Scarsa importanza ha ora la pesca del corallo e delle spugne.

 

 

EMPEDOCLE

 

Empedocle fu un antico filosofo di Agrigento.

Giovane ancora, volendo conoscere i misteri del mondo creato, abbandonò il facile vivere, e si diede allo studio della natura. Frequentò tutte le scuole di filosofia che fiorivano in Sicilia e in Italia, e per ascoltare la voce dei sapienti più famosi, viaggiò in Grecia e in Egitto.

Egli diventò ben presto dotto in ogni scienza: conobbe l'arte delle stelle e dei pianeti, la medicina, la geometria, la matematica, la poesia e la musica, e fu tra i filosofi più pregiati del suo tempo.

Andava di città in città e insegnava all'aria aperta, e tutti i giovani ansiosi di istruirsi correvano a fui.

Molto per questa sua sapienza egli era onorato, e poiché operò cose prodigiose, usando della sua arte me­dica come nessun altro in quei tempi, ebbe fama di mago presso il popolo ignorante e superstizioso.

Liberò Selinunte dalla malaria, dando moto alle acque stagnanti per mezzo di due fiumi che v'incanalò a sue spese; guarì facilmente una donna caduta in asfis­sia, e si gridò al miracolo essendo quella creduta morta da tutti; liberò ancora Agrigento dalle esalazioni pe­stilenziali che venivano dalla gola di un monte, ostruen­done con un gran masso il passaggio; e molti altri fu­rono i suoi prodigi.

Stanco finalmente della sua vita fra gli uomini, sì ritirò sul monte Etna, attrattovi dai fenomeni del vul­cano, e si diede a studiare le vicende del fuoco che sotto rombava e in alto splendeva.

Venuto in più grande curiosità, egli decise di scan­dagliare l'interno del monte per vedere come il fuoco nascesse e si alimentasse, e lasciati fuori i calzari, si slanciò nel cratere. Ciò che vide nessuno lo sa, perché egli non tornò più, e invano gli abitatori del monte lo cercarono.

Rinvenuti infine i suoi calzari, corse tra il popolino una curiosa leggenda, che egli cioè sì fosse gettato nel cratere per far credere d'essere stato rapito dagli Dei, ma che Vulcano geloso lo avesse divorato, e ne avesse quindi sputato fuori i calzari.

 

 

GIOVANNI MELI

 

Chi non ha sentito nominare Giovanni Meli?

Egli è il poeta della Sicilia.

Gli antichi, al momento propizio, recitano lietamente i versi di lui, e c'è ancora chi ne sa a memoria intere canzoni e poemi, e quando co­mincia non finisce più.

Egli fu un piccolo abate di Palermo, uomo di lettere e di corte, as­sai caro ai potenti e ai ricchi.

Ma, amante della vita semplice e rustica, egli sentiva nelle sue vene scorrere sangue popolano, e nella naturale parlata si mise a cantare la vita del popolo.

Fu con mutata voce il continuatore di Teocrito, poeta dell'antica Sicilia: celebrò la vita dei campi e dei rioni popolari, in succose satire mise in ridicolo i vizi dei potenti e fece amare le virtù degli umili.

Coi suoi versi grandemente onorò il dialetto siciliano, così melo­dioso e pittoresco, e mostrò all'Italia che si può essere poeti col mode­sto parlare del popolo.

 

 

LA VICENDA

 

I campi vogliono la vicenda: ora grano, ora fave, e un anno riposo.

Non bisogna sfruttare eccessivamente la terra; se troppo le chiedi, ti rende meno. Dalle modo di rafforzarsi e nutrirsi: essa è come la nu­trice, che ha bisogno di riposo e di buon nutrimento per aver latte alle mammelle.

Alterna il frumento all’orzo o alle fave, e un anno lascia la terra vacante. Ne avrai pascoli per il bestiame, e perciò latte e stallatico

Utile, ma in Sicilia poco seguita, è la diretta coltivazione a prati: di sulla, erba medica, trifoglio e lupinella, perché queste piante ingrassa­no la terra e non l’affaticano.

Dopo un anno o due di simile coltivazione tu avrai campi che con una semplice aratura ti daranno frumento in abbondanza.

 

 

I MOTTI

 

A carne dura, coltello tagliente.

Alla festa del Santo non ci mancare.

Chi veramente vuole, fa le pietre pane.

Invece di parlare, mettici paglia.

Chi sente, risente.

Chi ha le brache strette, stia all’impiedi.

Giusta misura a lungo dura.

Non bastano gli anni, ci vuole il talento.

II martedì non è lunedì.

Il piede regge la testa.

 

 

LA FUGA IN EGITTO

 

Era Giuseppi Santu addurmisciutu,

ed avia Gesù l'età di tri anni,

lu 'nfami Erodi era arrisulutu

d'occidillu pi mani d' 'i tiranni;

e un Ancilu di celu ci ha scinnutu

supra Giuseppi lu gran Santu 'ranni

e 'n sonnu sti paroli cci dicia:

- Giuseppi Santu, ascuta un pocu a mia.

 

Pìgghiati la tò spusa e lu Misia,

e pàrtiti 'i stu locu prestamenti,

pirchì Re Erodi cu gran tirannia

sta dannu morti a semila 'nnucenti;

ancora voli occidiri a Maria

e a lu Bamminu Gesù onniputenti.

Partiti prestu senza cchiù tardari,

pi li so' vogghi putiri scansari.

 

Giuseppi si svigghiau senza tardari,

e stu sonnu a Maria cci arraccuntau

non circau né robba né dinari,

'mmrazza lu Bammineddu si pigghiau.

Misiru 'a stissa notti a camminari

'n Ancilu versu Egittu li guidau,

l'accumpagnava l'Ancilu pi via

a Gesù, a San Giuseppi ed a Maria.

 

Passannu Gesù, Giuseppi e Maria,

ogn'arvulu di chiddi si calava,

e riverenza ognunu cci facia,

cà comu Diu ognunu l'adurava.

 

'Na nuvula lu suli ci apparava

supra la sagra testa di Maria;

in chiddi parti unna Maria passava

comu 'n'apparasuli cci facia.

L'Arabia l'oduri cci mannava,

la terra meli e manna cci affiria,

a lu ciumi Giurdanu li rubini

e all'Orienti li perni cchiù fini.

 

Avennu siti la Vergini pia

pi lu gran caudu chi sintia pi strata,

e allura di 'na petra ddà niscia

un'acqua frisca, duci e 'nzuccarata.

Pari che chidda petra cci dicia:

- «viviti puru, Vergini Biata.» -

Ubbidienti a Diu nostru Signuri

L’erbi e li chianti tutti cu li ciuri.

 

Niscianu armali di li grutti scuri,

e ognunu cu sò lingua cci cantava,

facennu sàuti e balli di fururi

di chiddi parti unna Maria passava.

E ongi ocidduzzu 'mmenzu li friscuri

'na famusa armunia cci cuncirtava;

ubbidienti s'arrinnianu tutti

l’erbi, li curi e li cchiù duci frutti.

 

Cc'era un latru chi Ddima si chiamava,

e supra un munti 'a guardia facia;

e di ddu locu sti cosi ammirava

e dintra d'iddu parrava e dicia:

- «Oggi l'Eternu Diu di ccà passava;

Chistu è lu veru Diu, veru Misia

ch'ora si vinni a stu munnu a 'ncarnari

pi nuàtri piccaturi arriscattari.

 

Allura Ddima d' 'a muntagna scinniu

e ê pedi di Maria si prisintau;

di zoccu avia di bonu cci affiriu,

ed alla casa so si li purtau,

affirennuci roba e quantu avia

a Gesù a San Giuseppi ed a Maria.

Allura Cristu cu Ddima parrau:

- «sta attentu amicu, a quantu dicu iu:

si tu ti pintirai di li to' danni

sarai cumpagnu miu di ccà a trent'anni».

 

Sutta un pedi di parma s'assittaru,

Maria ddi belli frutti risguardava,

e risguardannu ddu locu umili e caru

quattru di chiddi frutti addisìava.

Ascuta e senti stu mrâculu raru,

la stissa parma li rami calava;

li dattuli a Maria cci apprisintau

Maria li cogghi e la parma s'arzau.

 

Cristu a la parma cci parrà e cci dici:

«Parma, ti dugnu 'a binidizioni;

comu onurasti li me' cari amici

sarai cumpagna a la me passioni.

Ancora cu li toi rami filici

portami ogn'arma a la sarvazioni;

e ancora cu li toi pampini santi

trasemu a Gerusalemmi triunfanti».

 

 

LE CANZONI

 

La Sicilia è la patria delle canzoni.

Prima cura e primo vanto del contadino è di saper cantare, come il cuore gli dice e la sua fantasia. Està e inverno, egli non si stanca mai; e quando non ne sa più, le inventa. Cantando, il tempo gli passa e la fati­ca meno gli pesa, e torna più lieto al suo nido.

C'è uno strumento apposta per accompagnare le belle canzoni, d'amore e d'ogni specie, ed è lo scaccia pensieri.

Chi lo sa sonare è nominato fra tutti. Le fanciulle, la notte si sve­gliano dal sonno e sospirano sole nel bianco letto. I vecchi rimembra­no i bei tempi della giovinezza, e le mamme guardano agli occhi delle figlie, lucenti come le stelle.

Il cantare è il primo conforto del contadino.

 

 

PICCOLA MEDICINA

 

Avvelenamento per verderame

 

Non usare pentole di rame che non siano stagnate; perché cuocen­dovi dentro cibi preparati con aceto o frutta acide dàn luogo all'acetato di rame (sali di rame, verderame).

Manipola con cura il solfato di rame per usi agricoli, e guarda di non incorrere in funesti errori.

L'avvelenamento per sali di rame è generalmente acuto e pericolo­so. I sintomi di esso si manifestano tardivamente, cioè molte ore dopo l'ingestione del veleno: in principio si ha un lieve malessere, perdita di forze, nausee, vomiti; seguono poi acuti dolori di ventre, sudori freddi e diarree sanguigne. In casi più gravi si hanno anche convulsioni, para­lisi parziali, delirio.

Il rimedio più efficace è il vomito provocato con le dita nelle fauci o con bianchi d'uova e magnesia calcinata sciolta in un po' d'acqua. Dopo il vomito sarà utile un forte ed energico purgante, come l'infuso di sena.

 

Funghi velenosi

 

Diffida dei funghi, anche se credi di avere la magica virtù di conoscere i buoni dai malvagi. Molti velenosi hanno una grande somiglianza coi buoni, e traggono in inganno l'occhio e il palato più esperti.

Non abusare dei mangerecci: consumati in quantità o in istato di putrefazione anche poco avanzata, possono cagionare gravi avvelena­menti come gli altri.

Sii cauto e parsimonioso.

Se per tuo malanno hai mangiato dei funghi velenosi, dopo i primi effetti, vomito, nausea, vertigini, affanno, contrazioni nervose, sudori freddi, pensa subito al riparo. Il meglio è di vomitare quanto si è man­giato, e perciò provoca il vomito col mezzo facile e spedito delle dita nelle fauci, oppure ingoiando dell'olio o dei chiari d'uovo. Se l'inge­stione dei funghi è avvenuta da molte ore sarà bene somministrare un forte purgante, olio di ricino, infuso di foglie di sena, per sbarazzare il tubo digerente delle sostanze velenose passate in esso.

Per aiutare questi rimedi si combattano intanto gli altri effetti del veleno: la prostrazione con vino e cognac, i dolori con pezze calde sul­lo stomaco, la coma con spruzzi d'acqua fresca e col fiuto di aceto e di ammoniaca.

 

 

POLIFEMO E ACI

 

Polifemo era uno dei più feroci e barbari ciclopi.

Egli abitava a piè dell'Etna, sulla riva del mare: aveva infiniti ar­menti, antri pieni di caci e di ricotte, di frutti e di vino.

La sua testa sembrava una cima di montagna, su cui l'unico occhio folgoreggiava come il sole, e il suo corpo era così peloso che sembrava una foresta.

Per bastone aveva un pino intero, e lo maneggiava terribilmente | contro le fiere e gli uomini.

La mattina si buttava avanti l'armento che non finiva mai, e lo por­tava a pascere su pei monti e nelle valli, governandolo con un fischiet­tio che faceva tremare i boschi intorno come la tramontana.

Or un giorno, mentre si lavava la faccia nel mare, emersero dalle onde numerose ninfe marine, belle come la luna, che a vederlo così brutto si risero di lui, e lo motteggiavano. Una, ch'era la più bella e la più ardita, gli si fece vicino cantando e danzando sulle mobili onde, e com'egli, abbagliato, allungò la mano per afferrarla, ella gli spruzzò dell'acqua sul volto, e con un riso sonoro s'immerse.

Polifemo restò muto e incantato, e il cuore gli tremava come ad un fanciullo.

D'allora non ebbe più pace, e i suoi costumi mutarono. Infisse dei pioli in un tronco di pioppo e se ne fece un pettine per la sua barba; tolse a dei pescatori due barche e se ne fece scarpini; si cucì una gra­ziosa cintura di pelli di lupi e di volpi, e imparò a sonare l’arpa e a mo­dulare la zampogna di canne. Non divorava più uomini per non sem­brare feroce alla sua bella, e dopo ogni pasto si puliva accuratamente i denti grandi come màcine, perché splendessero.

Ma di lui la ninfa si prendeva gioco e dei suoi sospiri si rideva, rinfocandogli con vezzi e moine il gran fuoco nel petto.

- Polifemo! - gli diceva - guarda come sono bella. C'è una ninfa più bella di Galatea? Vieni qui, nel mare, ch'io ti amerò! Ma prima di­venta bello: sei troppo brutto!

E come Polifemo, cieco d'amore e di rabbia, si buttava nel mare per prenderla, ella guizzava e spariva. Poi riapparendo più lungi, così continuava:

- Ma come vuoi ch'io ti ami, o Polifemo? La tua bocca sembra una caverna: invece di baciarmi m'inghiottirebbe; il tuo unico occhio è pauroso come il cratere dell'Etna, il tuo corpo peloso è come una bo­scaglia in cui io certo mi smarrirei se volessi abbracciarti, pungendomi tutta. Io sono troppo bella per te.

Il Ciclope urlava di furore, e l'Etna e il mare ne tremavano:

- Bada, Galatea!

Ma subito mutava tono, e piagnucolando come un bambino così le diceva:

- Perché sei crudele con me, o Galatea? O bella come un raggio di luna, o più lucente del cristallo, più dolce dell'uva, più bianca del gi­glio, più lieve dell'onda, più cara del sole invernale e dell'ombra estiva, più dolce a baciarsi del latte, più leggiadra d'una colomba: perché non hai pietà di me? oh, tu sei più dura d'una quercia, più falsa delle onde, più trista d'un serpente, più superba d'un pavone, più aspra delle spi­ne! Se invece mi amassi, saresti più incantevole d'un giardino fiorito. Perché dunque non mi ami? Non è vero ch'io sia brutto. Sono bello: sei tu la cieca che non te ne accorgi. Io sono più alto dell'Etna, la mia bocca è una casa piena di candide colonne d'avorio; ho un occhio solo, ma un occhio solo ha il sole. Sono peloso? ma l'albero senza le foglie non vale niente, e niente vale il cavallo senza criniera. Vieni dunque nel mio antro: c'è un letto di pelli di leoni, c'è latte quanto ne vuoi, ri­cotte, caci, agnelli. Ho anche due orsacchiotti addomesticati, e come tu entrerai essi ti baceranno i piedi di regina. Vieni, o Galatea!

Galatea per tutta risposta rideva e danzava sulle onde:

- Come posso amarti, o Polifemo? diventa prima bello come Aci. Sai tu chi è Aci? È il pastore più bello della Sicilia, e io l'amo più degli occhi miei! È gentile come un raggio di sole, è fine come un ramo di salice. Oh, come è bello! come è dolce! La sua bocca è come il miele, i suoi baci sono come il vino!

- Guai! - urlava terribilmente il Ciclope, levando il pugno minac­cioso - guai, o Galatea, al tuo Aci! Io lo brucerò del fuoco che mi di­vora. Fa' che non mi capiti sotto, ch'io te lo farò a brani e così tu lo avrai per sempre nel mare!

Ma Aci e Galatea si ridevano delle minacce di Polifemo, e si ama­vano sulla riva e nei boschi, dietro gli scogli e negli antri, felici e di­mentichi di tutto.

Un giorno che Polifemo gemeva e smaniava di amore, essi dietro un macigno abbracciati lo stavano a guardare, ridendo; ma li udì Poli­femo, e voltatesi, strappò uno scoglio e lo lanciò contro di essi atterriti. Galatea fu pronta a guizzare nel mare, ma Aci restò miseramente schiacciato: le sue cervella schizzarono alto nel ciclo e il sangue spic­ciando dal corpo in frantumi formò un ruscello che ancor oggi scorre nel mare e ha il suo nome.